|
Tre anni or sono per lo sbalorditivo debut degli
Hope For The Dying coniai appositamente il termine "progcore", dato
che era proprio in tal modo - e non altrimenti - inquadrabile
l'originale crogiolo sonoro che gli statunitensi ci proponevano,
peraltro magistralmente. Ora che i nostri son tornati a deliziarci con
"Dissimulation", mi sento di confermarli nel neologismo di cui
sopra, anche se stavolta con qualche riserva: rispetto alla precedente
release si è puntato più sul sinfonico-epico stile Symphony X,
sound che straripa non di rado nel melodic death e symphonic black.
Il triviale screaming troneggia vocalmente per
tutto il full, di tanto in tanto gustose coralità clean si inseriscono a
spezzare il rischio monotonia e ad implementare l'emozionalità di un
disco che già dalla cover dichiara di voler coinvolgere appieno le
umoralità dell'astante. Troviamo tutto il mix presentato già nella
seconda Vacillation, adornata di finale minimale che
conduce alla più progressivamente ricercata Orison, in cui
emergono anche fasi auliche in slowly breakdown. Puro Symphony X
style è l'attacco di Transcend, con Imminent war
si pesta di epic-deathcore alternato a rallentamenti minimali o
detonanti e guitar solos virtuosi; in Perpetual ruin torna
il medesimo afflato epico sinfonico di Trascend, traccia
che poi si vota al puro black sinfonico, per riadagiarsi su progressioni
chitarristiche, il tutto in loop. Si giunge così al trittico The
awakening: nel trascinante lungo primo episodio ci imbattiamo in
un incupimento a tinte forti cui succede una speranzosa emozionale
apertura, innestata tra progressioni e aggressioni core sinfoniche.
Secondo capitolo (Dissimulation) dall'anima duale, prog
neoclassica e riflessiva con female vocal a tratti, angosciante e
soffocante in altri; terzo capitolo (The veil, lifted)
rallentato, con abbondanza di profluvi solistici ed emozioni clean. Si
torna a pigiare il piede sull'acceleratore con Vile reflections,
song stile extreme/power/melodic death alla Divinefire, almeno
fino al coro qui sì un po' emo, ma solo per un paio di brevi parentesi.
A chiudere Derision, oltre sette minuti di ricapitolazione
di quanto fino ad ora gustato.
Dunque meno "progcore" e più extreme sinfonici, ma
conferma di altissimo livello per una band che ha dimostrato di essere
in grado di ritagliarsi un proprio spazio creativo in un panorama di
moderno metalcore ibridizzato tanto saturo che meraviglia, per
l'appunto, il fatto che qualcuno riesca ancora ad estrarci originalità.
E' il caso degli Hope For The Dying.
Vaake
|