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La vena creativa pulsa rigogliosa, l'esecuzione non
difetta, l'attitudine è addirittura archetipa: ciò che compromette
irreparabilmente il debut demo del monicker messicano è una produzione
davvero deprimente... Peccato, tuttavia il quintetto è solo agli inizi,
il loro avvenire potrebbe rifulgere di luce, di quella luce ombrosa che
è la fiaccola guida nel buio del dolore, perfetta espressione dello
spirito dell'unblack, di cui i nostri si pongono come orgogliosa prima
linea sacrificale. Questo "Hortor" contiene sette pezzi, di cui
l'ultimo è cover omaggiante il mito degli Antestor, quella
A sovereign fortress di "The Return Of The Black Death"
che anche in questa versione assai rivisitata non può non far sussultare
il metallico cuore di ogni whitester amante dell'estremo.
Crush-evil - che è l'interiore antisatanismo - ed
evangeliche riproposizioni della Passione di Cristo, permeano le liriche
di questo Cd, introdotto da un drammatico piano che a ogni tasto pigiato
sprizza gocce cremisi su quel plumbeo tappeto tastieroso che sa farsi
anche epico quando accompagna straziate declamazioni: trasale il pathos
orchestrale, che poi crolla nel più sentenzioso doom della storia
dell'umanità: il Cristo nel Getsemani (Getsemani prelude).
Serafiche melodie oscure in Sentence of death evolvono tra
purgatoriali banchi di nebbia in cui unica linea tracciata è solo un
isterico intreccio di scream e growl: non manca il doom, non mancano le
sinfonie tastieristiche non manca l'assalto raw. Birkat hacobenim
è una furibonda trivialità di blastbeats, di urla ferine e di chitarre
infuocate, mentre con Blasfemo rito si torna al più
canonico e appassionante symphonic black, non fosse per
quell'ignominioso sonoro... Le suggestioni emozionali si fanno più
tangibili e concrete che mai nella gemente, dark teatrale in mid-tempo,
Inmunda ceremonia satanica, ove lo scream sfibra una a una
tutte quelle corde vocali da cui trae origine. La chiusa della song è
un'incontrollata tempesta oscura, che non smette di certo di abbattersi,
anzi assume toni apocalittici, nell'episodio che segue, Luto del
falso profeta, climax funereo trionfante addolcito però dalle
solite sapienti keys, che si impossessano della scena
spettacolarizzandola per mezzo di minimalità sinfoniche da pelle d'oca.
Sarebbe stato un signor disco se
tutto ciò si fosse potuto udire come si sarebbe dovuto, ma così non è
stato... Occorre molta passione per poter apprezzare "Hortor", ma
gli Hortor se la meritano perchè ne mettono a più non posso,
oltre ad essere musicisti e compositori validi; il passo successivo è
divenire almeno un poco professionali. Il voto è di incoragiamento.
Vaake
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