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In questi
soleggiati giorni di calura sarebbe stato bello girare in smanicato
pompati dalle note solenni e grintose dell’atteso album dei nostri
Human Fortress; album edito dalla Massacre Records. Purtroppo per me
e per chi come me ama l’epic alla Rhapsody e alla Blind Guardian,
quello cazzuto che ti fa crescere l’usbergo al posto della pelle, beh,
possiamo scordarci quanto sopra, perché
questo album di epic non ha proprio nulla... Un album che segna la
scomparsa del buon Parcharidis dal gruppo e l’entrata di una nuova voce
(che qualche pio prete ha voluto battezzare Karsten Frank, ma io direi
più Frank-Enstein vista la voce!) che tenta inutilmente di fare la prima
donna (ovvio è il singer dei Galloglass!) mostrando una voce da
buon power prog, ma al cui confronto il pregresso cantante avrebbe
saputo fare di meglio anche con la faringite.
D’accordo, siamo
obiettivi. L’album inizia con un buon basso e la batteria al seguito,
che mostrano subito come non ci sia nulla di epico da aspettarsi, anche
se forse per evitare che la gente spenga subito furbescamente dopo che
il cantante si è presentato ("ehi salve sono figo sono nuovo e sono la
brutta copia di Rivel" - anche come stile è similissimo) danno spazio a
un cantato femminile che riesce a ingannarmi appena; la chitarra è
ottima comunque, è Contrast e in effetti il
contrasto si nota… soprattutto confrontando questo album con quello
ieratico stupendo precedente.
Borders of
insanity,
la seconda strumentalmente è un heavy a tutti gli effetti in cui il
cantante procede sulla falsa riga della prima performance alternando
clean a uno sporcato sterile credendo di introdurre chissà quale
innovazione alla track. La terza, The wizard, almeno per
il titolo ci doveva dare qualcosa di "ancient" come sonorità e in
effetti Frank è scarso ma non cinico… ci dà qualcosina in più sempre
pazzeggiando con qualche sporcatina death che non centra granché, ma i
violini nella parte centrale e la marcia cadenzata di batteria danno una
nota medievaleggiante che, diciamo, fa piacere. In aggiunta i flauti
fanno la loro parte… che abbiano capito? Le track 4 e 5 rispettivamente
The raven e When the love and hate collide
sono power strumentalmente con una punta di heavy classic mentre il
singer ci "strabilia" (sono ironico), col solito saltello clean e
graffiato. La track successiva numero 6 Under the spell dà
pace alle orecchie dell’epic metaller medio con un cantante capace anche
di cantare in modo melodico e non esagitato (e bravo!!) in quella che
anche e soprattutto strumentalmente è la canzone tranquilla che rompe
l’album con un po' di melodia, e qui riesce nel compito. La settima
Lion’s den potete anche saltarla… lo stile è ridotto all’osso
tanto per poterla definire accademicamente metal. Arriviamo a
Circe of flames, la penultima: significativo power heavy dal
riff cazzuto che a suo modo coinvolge, sempre se non state cercando
l’epic, ovviamente. Falling leaves ci dà l’arrivederci con
un power, sinfonico di sottecchi, ma senza sbilanciarsi troppo.
Un gradevole Cd
tutto sommato, basso, chitarre e batteria sanno pienamente il fatto loro
e non potrebbe essere altrimenti, visto che è una line up identica al
precedente album; il ramingo Parcharidis forse avrebbe coronato meglio
e con altri vocals stilisticamente più interessanti e talentuosi, ma
questo è ciò che il convento Massacre Records ci passa. Un godibile
album power heavy con punte prog e stralci di rimasugli epic, per gli
amanti del power più nuovo e sperimentale è certamente un lavoro
interessante, ma per i bigotti cultori del power epico e spadaiolo è un
album che, saranno d’accordo con me, non merita più di 56 e i
ringraziamenti vanno al cantante che, pur con tutta la buona volontà e
l’indiscutibile impegno canoro… manca di stile e di spessore, e forse
avrebbe fatto meglio a rimanere nei Galloglass.
Giovanni Paolo Spanu |