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Secondo capitolo dell'avventura Idle Cure,
iniziata nell'86 col disco omonimo, per una band questa statunitense che
fu un'intensa meteora, con i suoi sei album in otto anni, all'interno
dell'orizzonte white di fine eighties ed inizio nineties. "God's love
within us tears down / the walls and opens the way"; termina così un
disco che trasuda una certa passione, muovendosi su chiare coordinate
AOR/heavy di notevole classe: il terzetto evita accortamente di
scivolare sull'insidiosissimo terreno del banale dando luogo ad una
composizione complessivamente frizzante, calda, gioiosa ed intensa. La
padronanza tecnica chitarristica e, non certo meno, vocale di Mark
Ambrose e Steve Shannon è di prim'ordine: "Tough Love" è un disco
che esalterà tutti i fan dei primordi del metal, ma complici le suadenti
melodie e l'eccellente produzione dal suono molto anacronistico in
quanto assai moderno, piacerà senza troppi sforzi anche al giovane
metaller d'oggidì.
L'opener Just believe it segnata da
un signor drumming subito professa armonie ammalianti nel chorus di
tipico AOR; l'assolo è incontaminato da pecche, l'espressione vocale del
singer pulita e ruggente pur se sempre dolce. Barter mercy
propone anche tastiere quasi gotiche, una piccola polifonia duetta con
la lead vocal, l'assolo è quasi fusion!, aspetto questo che tornerà a
più riprese nel platter, anche col sax. Frontline apre
heavy dopo un coro a cappella, ma poi si assesta AOR fin quasi smielata
e con buoni orpelli studio; il finale è in crescendo, con battute
violente sulle pelli, ed il chorus che fraseggia con un guitar solo.
So many faces è rilassata, cadenzata ed armoniosa, almeno
fino all'esplodere dell'acuto che si rapporta al coro; protagoniste sono
però le tastiere, a loro totale agio all'interno di un sound fascinoso.
Hungry hearts è simile alla song che
le si antepone anche se vanta la presenza del sax: il finale è in
sfumata, come per la maggior parte degli episodi della track-list del
resto. L'effetto folla e l'irrigidirsi su suoni leggermente più gravi fa
sì che forse One for the money non eccella, ma
immediatamente, quasi a ristabilire alte le sorti del disco, è la ballad
How long che, zuccherosa ma non pacchiana, anche intersa
nelle coralità, nei toni aggressivi di Shannon e nella lead, tocca
decisa le corde emozionali.
Con Runnin' synth e tastiera
sono quasi foschi, nello sviluppo il brano riesce un poco altalenante, ma
a chiudere è la compatta Draw the line fatta di ricchezza
e varietà vocale, chorus intensi, bridge elaborati ed un lungo
sfolgorante ma poi enfatico e nostalgico assolo. Band di indubbia classe, antesignana dei suoni
moderni e signora delle melodie. Non potete perdervi questo disco!, se è
il vostro genere.
Vaake
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