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IDLE CURE
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IDLE CURE
Tough Love
AOR
1988 - Frontline Records
(USA)
n.d.

 

Secondo capitolo dell'avventura Idle Cure, iniziata nell'86 col disco omonimo, per una band questa statunitense che fu un'intensa meteora, con i suoi sei album in otto anni, all'interno dell'orizzonte white di fine eighties ed inizio nineties. "God's love within us tears down / the walls and opens the way"; termina così un disco che trasuda una certa passione, muovendosi su chiare coordinate AOR/heavy di notevole classe: il terzetto evita accortamente di scivolare sull'insidiosissimo terreno del banale dando luogo ad una composizione complessivamente frizzante, calda, gioiosa ed intensa. La padronanza tecnica chitarristica e, non certo meno, vocale di Mark Ambrose e Steve Shannon è di prim'ordine: "Tough Love" è un disco che esalterà tutti i fan dei primordi del metal, ma complici le suadenti melodie e l'eccellente produzione dal suono molto anacronistico in quanto assai moderno, piacerà senza troppi sforzi anche al giovane metaller d'oggidì.

L'opener Just believe it segnata da un signor drumming subito professa armonie ammalianti nel chorus di tipico AOR; l'assolo è incontaminato da pecche, l'espressione vocale del singer pulita e ruggente pur se sempre dolce. Barter mercy propone anche tastiere quasi gotiche, una piccola polifonia duetta con la lead vocal, l'assolo è quasi fusion!, aspetto questo che tornerà a più riprese nel platter, anche col sax. Frontline apre heavy dopo un coro a cappella, ma poi si assesta AOR fin quasi smielata e con buoni orpelli studio; il finale è in crescendo, con battute violente sulle pelli, ed il chorus che fraseggia con un guitar solo. So many faces è rilassata, cadenzata ed armoniosa, almeno fino all'esplodere dell'acuto che si rapporta al coro; protagoniste sono però le tastiere, a loro totale agio all'interno di un sound fascinoso. Hungry hearts è simile alla song che le si antepone anche se vanta la presenza del sax: il finale è in sfumata, come per la maggior parte degli episodi della track-list del resto. L'effetto folla e l'irrigidirsi su suoni leggermente più gravi fa sì che forse One for the money non eccella, ma immediatamente, quasi a ristabilire alte le sorti del disco, è la ballad How long che, zuccherosa ma non pacchiana, anche intersa nelle coralità, nei toni aggressivi di Shannon e nella lead, tocca decisa le corde emozionali.

Con Runnin' synth e tastiera sono quasi foschi, nello sviluppo il brano riesce un poco altalenante, ma a chiudere è la compatta Draw the line fatta di ricchezza e varietà vocale, chorus intensi, bridge elaborati ed un lungo sfolgorante ma poi enfatico e nostalgico assolo. Band di indubbia classe, antesignana dei suoni moderni e signora delle melodie. Non potete perdervi questo disco!, se è il vostro genere.

Vaake

VOTO

84

 

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