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Il quintetto di
Riverside–California dà alle stampe questo primo full-length e si mostra
già come una death metal band con tutti i numeri giusti per fare bene in
futuro, sfornando un album di brutal dalle pesanti influenze core che
attinge a piene mani da band come Job For A Cowboy,
Dying Fetus e Despised Icon.
Gli
elementi per una mistura esplosiva ci sono tutti, growl aspirati ed
espirati quasi del tutto inintellegibili, chitarre che tirano rasoiate,
blast-beat quanto basta, un bel po’ di breakdown e riff stoppati e delle
liriche più che esplicite ed intense, leggere per credere: "And you'll
crush the head of the one strangling you / From breathing the breath of
life / The one who blinds you from seeing heaven and the Father reaching
for you / This creature is dead to me / bowing before my God / He has
made my-my footstool / Reach for the Father / Who's reaching for you".
Il disco si apre
con l’intro Left behind, traccia atmosferica che fra
inquietanti campionature lascia percepire la voce sussurrante del
vocalist Brooke Reeves in preghiera, poi, come quando si prende un botta
in testa troppo forte per rendersene conto immediatamente, l’act
californiano ti tira in faccia un calcio come l’ottima My nemesis,
aperta da un inquietante big squeal e da una partenza martellante che
poi si sviluppa su breakdown con chitarre ipercompresse ed altri assalti
alla doppia cassa. Proprio con un assalto frontale si apre in
Reverence of che aggiunge anche degli stridenti riff con
armoniche artificiali a profusione, così come la successiva The
mark of the faithful, caratterizzata inoltre da breakdown
particolarmente efficaci. Veniamo alla magnifica e grintosa titletrack,
aperta con un growl a cappella con a seguire le clavate del drummer
Danny Hegg, che se non suonasse in una white band farebbe sospettare di
avere tante braccia quanto la dea Kalì a giudicare dalle rullate
fulminee al centro della traccia. Condemned è una traccia
più aggressiva e veloce quasi priva di rallentamenti se non nel finale
con un mini-assolo di basso a metà, altrettanto sostenuta è At the
churches’ end con un inatteso breve passaggio in un clean vocals
basso e profondo. In Silence the opressors troviamo ancora
un drumming scatenato dalle rullate esaltanti che dà l’arrembaggio ai
padiglioni auricolari, mentre una volta arrivati a For all I have
sinned e Feeding the decomposing bisogna ammettere
che all’ennesima sfuriata metallica l’attenzione incomincia far un po’
fatica a rimanere su livelli accettabili. La conclusiva He’s
coming back è un breve outro che chiude il platter tra growl
filtrati e lontane urla femminili ed una tastiera misteriosa. A dire il
vero suggello finale vi è una simpatica ghost-track non musicale, ma non
aggiungo altro per non rovinare la sorpresa.
Il limite
principale dell’album sicuramente è un’eccessiva riproposizione dello
stesso sound, ma tutto considerato non è il caso di farne una gran colpa
per una band al debutto, che ha saputo resistere alla tentazione della
violenza sonora fine a se stessa, ricercando la potenza dell’esecuzione
anche nei momenti più veloci e pestati.
Daniel Djouder |