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IMPENDING DOOM
The Sin And Doom Of Godless Men
 
IMPENDING DOOM
The Serpent Servant
 
IMPENDING DOOM
There Will Be Violence
 
 

 

IMPENDING DOOM
Nailed. Dead. Risen.
brutalcore
2007 - Facedown Records
(USA)
www.myspace.com/impendingdoom

 

Il quintetto di Riverside–California dà alle stampe questo primo full-length e si mostra già come una death metal band con tutti i numeri giusti per fare bene in futuro, sfornando un album di brutal dalle pesanti influenze core che attinge a piene mani da band come  Job For A Cowboy, Dying Fetus e Despised Icon. Gli elementi per una mistura esplosiva ci sono tutti, growl aspirati ed espirati quasi del tutto inintellegibili, chitarre che tirano rasoiate, blast-beat quanto basta, un bel po’ di breakdown e riff stoppati e delle liriche più che esplicite ed intense, leggere per credere: "And you'll crush the head of the one strangling you / From breathing the breath of life / The one who blinds you from seeing heaven and the Father reaching for you / This creature is dead to me / bowing before my God / He has made my-my footstool / Reach for the Father / Who's reaching for you".

Il disco si apre con l’intro Left behind, traccia atmosferica che fra inquietanti campionature lascia percepire la voce sussurrante del vocalist Brooke Reeves in preghiera, poi, come quando si prende un botta in testa troppo forte per rendersene conto immediatamente, l’act californiano ti tira in faccia un calcio come l’ottima My nemesis, aperta da un inquietante big squeal e da una partenza martellante che poi si sviluppa su breakdown con chitarre ipercompresse ed altri assalti alla doppia cassa. Proprio con un assalto frontale si apre in Reverence of che aggiunge anche degli stridenti riff con armoniche artificiali a profusione, così come la successiva The mark of the faithful, caratterizzata inoltre da breakdown particolarmente efficaci. Veniamo alla magnifica e grintosa titletrack, aperta con un growl a cappella con a seguire le clavate del drummer Danny Hegg, che se non suonasse in una white band farebbe sospettare di avere tante braccia quanto la dea Kalì a giudicare dalle rullate fulminee al centro della traccia. Condemned è una traccia più aggressiva e veloce quasi priva di rallentamenti se non nel finale con un mini-assolo di basso a metà, altrettanto sostenuta è At the churches’ end con un inatteso breve passaggio in un clean vocals basso e profondo. In Silence the opressors troviamo ancora un drumming scatenato dalle rullate esaltanti che dà l’arrembaggio ai padiglioni auricolari, mentre una  volta arrivati a For all I have sinned e Feeding the decomposing bisogna ammettere che all’ennesima sfuriata metallica l’attenzione incomincia far un po’ fatica a rimanere su livelli accettabili. La conclusiva He’s coming back è un breve outro che chiude il platter tra growl filtrati e lontane urla femminili ed una tastiera misteriosa. A dire il vero suggello finale vi è una simpatica ghost-track non musicale, ma non aggiungo altro per non rovinare la sorpresa.

Il limite principale dell’album sicuramente è un’eccessiva riproposizione dello stesso sound, ma tutto considerato non è il caso di farne una gran colpa per una band al debutto, che ha saputo resistere alla tentazione della violenza sonora fine a se stessa, ricercando la potenza dell’esecuzione anche nei momenti più veloci e pestati.

Daniel Djouder

VOTO

86

 

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