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Purtroppo si è verificato lo scongiurato
accadimento per i molti fans old-schooler degli Impending Doom
del cataclismatico brutalcore/grind "Nailed. Dead. Risen.", ossia
che, fattisi oramai un grosso nome, con la nuova attesissima release si
piegassero alle esigenze del mainstream del momento, ricodificando le
proprie coordinate stilistiche il direzione del deathcore. Così in
questo nuovo full via gli strepitosi growl aspirati, via gli afflati
Nile-iani di
He’s
coming back, via le telluricità grind, e "The Serpent Servant"
risulta un mero disco deathcore, buono, ma niente più - o di diverso -
che uno dei tanti che affollano gli scaffali degli store statunitensi.
Registrati e prodotti presso i Lambesis Studios,
questi circa 36 minuti sezionati in undici episodi si presentano come un
compatto monolite, uno sciame sismico dalla magnitudo da far ballare i
lampadari, ma che però scorso via pochi segni rimangono del suo
passaggio, ormai le strutture auricolari dell'astante a questo livello
di intensità sono ben avvezze e preparate, neppure ci prestano troppo
caso. Andando a ricercare qualche quid, qualche particolarità che faccia
la differenza all'interno dello svolgimento della track-list,
preannuncio che ben poche e di consistente peso specifico se ne trovano;
cito per dovere di resoconto la parentesi di leggero aspirato ed il
lento solo della seconda title-track The serpent servant,
l'intro sinistro e imponente di Anything goes, la trama
chitarristica thrillerosa in chiusa a Welcome to forever,
gli stilemi del metalcore sound presenti in More than conquerors,
il pathos enfatico della comunque modesta Revival: America,
e la violenza squassante della closer Beginnings. La
coccarda di best-track la rifilo alla nona testosteronica When I
speak, grazie ai suoi break in iper-tempo (ma tutto il Cd così
no?), mentre quella di song più originale va alla successiva City
of refuge, col suo atmospheric sludge filomelodico di intrinseco
fascino, almeno quanto, però, fuori contesto. Segnalo infine un omaggio
ai padri del metalcore cristiano, dato che gli echi dei Living
Sacrifice (stanno tornando!) nella quarta Storming the gates
of hell sono piuttosto evidenti.
Notevole il lavoro ai testi dove la cristianità
trasuda da tutti i pori, anche sotto le spoglie di critica sociale, e
mai in maniera banale. Musicalmente parlando, in
"The Serpent
Servant" dal sound degli statunitensi scompare il grind e
subentra il metalcore, dispiace ma c'era da aspettarselo, tuttavia
quello che più impensierisce è una certa scarsezza di idee di
songwriting, come i pochi minuti e i tanti rallentamenti e breakdown
riempitivi stanno a testimoniare. Nota finale per il growl di Brook
Reeves: se col vecchio stile eccelleva, con questo va mestamente a
disperdersi nell'affollata media. Per il futuro dell'act si spera in un
sanatore passo indietro.
Vaake
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