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Esordio in studio per la band californiana, qui presente
con solo due membri della formazione attuale che ha dato alle stampe il
successivo ottimo "Nailed. Dead. Risen.", si tratta nello
specifico del vocalist Brook Reeves e del chitarrista Manny Contreras.
Lo stile di questa release è sostanzialmente simile a quello del
full-length di debutto su Facedown Records, anche perché quest’ultimo
include tre tracce su cinque del presente lavoro, per cui sappiamo bene
cosa attenderci: blast furiosi, rallentamenti tritaossa ed in questo
caso una voce ancora più inintelligibile e meno matura, che si esprime
spesso e volentieri con un classico bree-bree alla Job For A Cowboy;
ciò che invece è veramente pregevole è la prova dietro le pelli
dell’ex-drummer Isaac Buono, un vero tarantolato, anche se poi troverà
un degno sostituto in Andy Hegg. La produzione non è delle più malvagie,
a volte il suono delle chitarre è un po’ confusionario, il timbro
potente del growl un po’ secco, ma è già lodevole che invece si senta il
basso.
Le tre canzoni "ripescate" sono Condemned,
For all have sinned ed In reverence of, ad
esclusione dei brevi incisi parlati che qui aprono le prime due si sente
che sostanzialmente i nostri non hanno cambiato molto negli
arrangiamenti, se non nei fill di batteria e nel cantato che in seguito
diventerà più personale, una scelta secondo me felice, già infatti si
sente chiaramente che ci troviamo di fronte a delle ottime canzoni,
anche se le versioni ri-registrate con la qualità del suono migliorata
renderanno meglio atto della prova dei singoli musicisti. La prima delle
"escluse" invece è Hells holocaust, la più breve del
platter, semplicemente procede con galoppate allucinanti e veramente
pochi stacchi, inoltre viene utilizzato persino dello scream, che per la
verità non si sente benissimo, una soluzione che verrà abbandonata nel
lavoro successivo. L’inizio pastoso della seguente Patience in
suffering viene interrotto senza pensarci due volte da un blast
devastante, fermato solamente dall’inserimento del gustoso campionamento
di uno sparo, la canzone poi è abbastanza articolata, col consueto
alternarsi di assalti alla doppia cassa e frenate al palm muting.
Una release che va valutata e che merita un voto per quello
che è, ossia nonostante sia stata stampata formalmente come un Ep e
sebbene io rimanga sempre un passo indietro rispetto alle novità del
linguaggio giovanile e delle tendenze moderne, questo è sostanzialmente
una demo: un quarto d’ora scarso di durata, autoprodotto, prima
registrazione in assoluto. Non so come li chiamino adesso, ma ai miei
tempi si chiamavano demo, anzi in questo caso un’ottima demo, anche se
come emerge dall’analisi traccia per traccia non mi sento di
consigliarla e suggerirei di puntare immediatamente sull’album,
semplicemente perché contiene versioni meglio registrate di alcune
canzoni qui presenti, mentre quelle escluse sono episodi interessanti,
ma non tali da giustificare l’acquisto (sempre che riusciate a
trovarlo!), a meno che non siate fan sfegatati o curiosi di sentire
l’evoluzione stilistica della band.
Daniel Djouder |