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Terzo lavoro sulla lunga
distanza per gli arrabbiatissimi Impending Doom, e la violenza
anche in questo caso non viene a mancare, la quale si divincola in dieci
episodi abrasivi e senza compromessi. Onestamente non sono mai stato un
seguace incallito della band, non per loro demeriti musicali ma soltanto
perché, come succede troppe volte, si lasciano da parte alcune realtà
anche valide a scapito di altre non necessariamente migliori. Questo
accade per svariati motivi, il primo fra questi è che non si può
comprare/ascoltare tutto quello che il nostro mondo musicale preferito
ci propone, anche solo per il tempo che si ha a disposizione, che non è
mai abbastanza per poter realizzare tutto quello che si vorrebbe. A
volte però capita che, quando si deve recensire il nuovo album di una
band e si è poco o niente a conoscenza del passato di questa (qualora ci
fosse), le teorie di pensiero sono due: c’è chi sostiene che per
valutare bene il nuovo parto in esame bisognerebbe seguire
approfonditamente da tempo il gruppo in questione, per tracciare dei
paralleli col loro passato e valutare quindi in senso più compiuto il
presente. Oppure si può anche sostenere che il fatto di trovarsi di
fronte una band "nuova", induce a valutare l’opera corrente senza voler
per forza rivangare sempre un passato che in ogni caso rimane tale e che
forse fuorvierebbe l’attenzione del recensore/ascoltatore su quello che
sta analizzando nel presente. Io credo che la via giusta stia nel mezzo,
in quanto penso che il recensore debba cercare di svolgere il proprio
compito in maniera equa, a prescindere che conosca o meno la band da
tempo.
Io, come accennavo, non ho mai ascoltato attentamente le vecchie
produzioni degli Impending Doom, ma da quello che avevo sentito
non mi erano affatto dispiaciute. Leggendo un po’ vari topic e
recensioni a loro dedicati sul web, ho notato che molti hanno
riscontrato in loro un calo compositivo coincidente soprattutto con il
penultimo lavoro in studio, "The Serpent Servant", dove pareva
che la band avesse iniziato ad incorporare nel proprio sound elementi
vicini al death-core, piuttosto che al death-grind più classico degli
inizi. Ebbene, anche in questo "There Will Be Violence" la
formula non cambia di molto. Siamo di fronte ad un platter dalle
spiccate attitudini death metal, ma le aperture al cosiddetto death-core
ci sono, così come non mancano anche fugaci incursioni che rimandano
quasi al post-core, con soluzioni di chitarra vagamente melodiche e
dissonanti ma mai smielate (Love has risen, Hell
breaks loose, Sweating blood). A parte qualche
tuffo nella "melodia", il disco a mio avviso è un bell’affresco di
brutalità ragionata, galvanizzato da una produzione di altissimo livello
e da una esecuzione strumentale che lascia stupefatti. In particolare la
sezione ritmica trova nella batteria una vera arma in più capace di fare
la differenza, donando alle varie tracce una certa dinamicità e
versatilità in quanto il drummer Brandon Trahan, oltre ad essere furioso
dove serve, è anche capace di scomporre, ricomporre e rendere tortuosi i
suoi pattern in una maniera molto simile a quella di un certo Tomas
Haake dei Meshuggah, e il tutto con una disinvoltura davvero
encomiabile. La dimostrazione di quanto ho appena detto sta in un pezzo
come Peace illusion (ne cito solo uno, ma questa
caratteristica è evidente in tutto il disco), dove a tratti anche le
chitarre mi hanno rimandato alla band sopra menzionata, soprattutto
quella del periodo "Nothing". Non mancano ovviamente le sfuriate
(The great fear, The will be violence,
Orphans, ecc), ma la band sembra voler più far male con la
pesantezza, e in tal senso il disco procede come un lento carro armato,
implacabile, senza pietà, con le urla di Brook Reeves a scandirne il
percorso distruttivo.
Questo "There Will Be Violence" probabilmente paga solo un
piccolo grande scotto molto comune ad altre band che propongono simili
sonorità, ovvero quello di poter stancare presto, vista la proposta
piuttosto omogenea della loro musica, che è anche poco incline a
cambiamenti di umore davvero degni di tale nome se non in qualche
momento. Ma credo anche che un'opera del genere non sia assolutamente da
buttare via, ma anzi, per quanto "standard" nei suoi connotati, si
colloca in un genere dove è comunque difficile riscontrare tante altre
band che abbiano simili qualità strumentali e stessa carica feroce.
Promossi quindi per il sottoscritto, ma mi auguro soltanto che il loro
cammino dopo questo album li porti ad ampliare un pochino i loro
orizzonti. Per adesso, bravi.
Infected
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