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Gli In Fear And Faith sono un gruppo
californiano, qui presentato alla sua terza release (la prima per
un’etichetta). La proposta musicale del combo si attesta su coordinate
metalcore molto…ehm… "emotive"! In una canzone dopo l’altra siamo
trasportati dall’intreccio fra le due voci, una in scream e l’altro in
pulito, mentre le linee di chitarra si destreggiano fra breakdown e riff
hardcore melodici, il tutto ornato da tastiere eteree, che se non altro
contribuiscono a innalzare il già abnorme livello di glicemia.
Dopo un breve intro abbiamo l’opener
Pirates…the sequel dove già possiamo ascoltare in tutti i suoi
elementi essenziali la ricetta sonora dell’act della West Coast, che dà
ampio risalto a coretti orecchiabili, i quali la fanno letteralmente da
padrone. Si passa alla titletrack, sebbene il batterista ci metta del
suo per donare qualche nota di colore più heavy, ancora non ci
discostiamo da molti cliché del genere. La successiva The taste of
regret risulta invece più interessante grazie ad alcune
soluzioni negli arrangiamenti di tastiera, anche se personalmente dopo
aver sentito dei miagolii per tre canzoni di seguito incomincio ad
avvertire qualche disturbo gastrico. The end e The
road to hell is paved with good intentions continuano a non
aggiungere molto, mentre You already know you’re a goner
sembra avere qualche accenno di aggressività, che però non viene
sviluppato. Live love die presenta un riff iniziale con
interessanti accenti di epicità, purtroppo il tutto si perde ancora in
soluzioni già usate, abusate e nel complesso all’acqua di rose. Passiamo
senza particolare menzione oltre Strenght in number ed
arriviamo a Relapse collapse, sicuramente l’highlight del
platter. Nonostante la band non si discosti dalla via intrapresa, la
traccia riesce pure nella propria melodicità a mordere, peccato che solo
alla fine i sei ragazzi mostrino un lato del loro carattere che sarebbe
stato bello avessero valorizzato maggiormente nel disco.
Non nascondo che lo stile adottato dagli
IFAF sia nocivo per la mia digestione, fattore che senz’altro pesa
sulla mia analisi, ciononostante sono innegabili il bagaglio tecnico dei
musicisti e l’impegno profuso in fase di songwriting. Menzione di merito
per il lavoro alle pelli e gli inserti di tastiera, mentre le parti di
chitarra non presentano particolare originalità. Lo scream è molto buono
e sa interagire bene con le parti pulite, ma nel complesso
sottoutilizzato. I ritornelli risultato accattivanti, ma non
particolarmente variegati, pertanto non restano facilmente impressi.
Daniel Djouder |