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L'attesissimo come-back di "The Latter Rain"
non delude le aspettative, e i norvegesi In Vain si consolidano
così come una delle più interessanti realtà in ambito avantgarde-extreme.
Iniziamo proprio dal genere: i nostri evidentemente non amano la
staticità artistica e se il loro primo Ep era death melodico e le
successive due release di puro avantgarde, qui si passa a un extreme
misto a death progressivo che privilegia i tempi medio lenti e abbandona
quasi completamente le influenze black sinfoniche. La tastiera rimane
elemento importante nelle composizioni di "Mantra", ma ad essere
in vetrina stavolta è la chitarra Johnar Haaland, che sciorina un
pregevole lavoro armonico e solistico. Più che in "The Latter Rain"
prorompe la componente melodica, con i maturi clean del tastierista
Sindre Nedland e refrain sempre di gran classe, oculatamente mai abusati
o totalizzanti nelle strutture della canzoni. Ne esce fuori un lungo
disco (un'ora abbondante) che se è meno articolato dell'osannato
predecessore, risulta tuttavia di intenso e mai banale impatto emotivo.
Slowly atmosferico tra scream, baritono e qualche
effetto sintetico, l'opener nonché video-track Captivating
solitude mantiene per tutti i sette minuti un magistrale climax;
a seguire e più o meno con la stessa durata Ain't no lovin',
che dopo un grezzo inizio death oriented in growl si apre ad
un'ammaliante melodia, facendosi poi progressiva. L'interludio country
di un paio di minuti ci conduce alla perla del disco, On the banks
of the Mississippi, song di un'emozionalità a tratti fuori
scala, che vi lascio scoprire e assaporare da soli. Ottima anche la
successiva Dark prophets, black hearts, 9:25 estremamente
elaborati, dal doom cupo al power solare, dal death triviale a refrain
polifonici in scream e growl che centrano il bersaglio grosso, ma anche
minimalità e afflati elegiaci; insomma, composizione complessa e
iridescente che riesce comunque a rimanere fluida e sensata. Curiosa
Wayakin (The Guardian Spirit of the Nez Perce), traccia
mistico-indiana con spettacolari narrati e vocalizzi, fatta anche di
inconsuete epicità rhapsodyane e momenti drammatici. L'episodio più
vicino al vecchio stile avantgarde è la notevole intensa e cupa
Circle of agony, dal guitar work principesco, dal pre-finale
dolce e solare e dalla chiusa opethiana. A portare a termine il Cd sono
i 14:36 di Sombre fall, burdened winter, dove le novità
assolute vengono rappresentate da un urlato thrashy e da influenze
fusion. Nel disco bonus con documentario "The Making Of...",
screensavers ed altro c'è anche una bonus track country oriented a due
voci con chitarra acustica: abbastanza inutile, fortunatamente non è
stata inserita nella tracklist.
Un grandissimo album, personalmente gli continuo a
preferire "The Latter Rain" ma probabilmente solo perché adoro
l'avantgarde e avrei preferito avessero continuato su quel solco.
Acquisto obbligato dunque, e chi può non se li perda in una delle loro
rarissime esibizioni live fissata per fine aprile, nell'ambito della
nuova edizione del christian metal festival svizzero Elements Of Rock.
Valerio Mei
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