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La rifulgente scia diamantina dell'avantgarde
norvegese, tracciata da ottimi act quali Arcturus, Winds,
Solefald, Vintersorg e Borknagar, è percorsa anche dai newcomer In Vain,
autori prima d'ora di due Ep di rodaggio che hanno portato (creditori di
ben tre tracce) a tale atteso full-length, il quale matura culturalmente
sì all'interno del circolo artistico dei menzionati monicker, ma che
poi, partendo da questo, giunge a plasmare un sound assai
caratteristico, un'originale miscela sonora che farà sgranare gli occhi,
senza soluzione di continuità per tutti i 65 minuti di estensione, a
ogni amante dell'evoluzione musicale estrema; 65 giri di lancetta di
puro avantgarde dunque, prodotti in modo sublime, nonostante la piccola
label, l'indigena Indie Recordings.
Gli In Vain sono ormai nome apprezzato a tutte le latitudini ideologiche, ma,
ci chiediamo noi, sono una christian band? Liricamente mai troppo espliciti (anche se
questo album contiene chiare tematiche escatologiche), loro stessi, per
tramite del mastermind e axeman Haaland, han dichiarato di
essere cristiani solo "per metà" combo e che sebbene si sentano fieri di
essere inclusi nella scena, la loro musica è realizzata per essere
rivolta precipuamente a
tutti. Un forte segnale di appartenenza all'universo del christian metal
è stato però di recente dato dal fatto che i nostri han deciso di partecipare al prossimo
Nordic Fest, il christian metal festival a cadenza annuale che si terrà
nuovamente nel
novembre venturo: tra i Mortification e i Barren Cross, tra gli
Once
Dead e i My Silent Wake il talentuosissimo sodalizio
norvegese si farà quindi ammirare da tutti i white
metalheads che saranno presenti in quel di Oslo.
Penetrando all'interno dell'apocalittico (testualmente e
musicalmente) "The Latter Rain", ci troviamo al cospetto di un lavoro
dalla ricchezza musicale di cui rimangono indefiniti i confini, tutto
qui suona così empireo e prezioso, tutto è così brillantemente cucito
nel proprio polimorfismo, che non si può non restare disorientati al
primo approccio: serviranno molti ascolti per apprezzarne tutte le alchemiche
sfaccettature, tutti i meandri più sperimentali ma, al contempo, anche
tutto il turbinio da fine dei tempi che sfocia spesso nel black più
oscuro e nel death più violento, passando, tra tentazione epiche, per il
prog e il jazz: coacervo immane esaltato da esecuzioni quint'essenziali
e da vocals la cui costante guida è la perfezione, in tutti i diversi
registri proposti, siano essi scream, gutturali, growl filtrati, clean o
baritoni flirtanti col viking. Apre l'opera del sestetto norvegese la
title-track,
epicissima intro sinfonica dalle venature dark, preludio alla
meravigliosa e liricamente escatologica In the midnight hour,
9:40 di una varietà compositiva che confonde, resa ancor più seducente da un
avvinghiante clean
refrain con backing, incasellato tra intensità strumentali e
crolli fusion, tra progressioni death e sinfonica epicità
viking-oriented, tra note oniriche e travolgenti giri chitarristici.
Det rakner!
è attinta dell'Ep "Wounds" e la sua "diversità" si nota: extreme
progressivo in cui a protagonista si erge la doppia cassa triggerata di
Reinhardtsen, in cui non mancano clean e baritoni, e in cui riuscitissimo è il mood generato dal tappeto tastieristico
generato dallo scorrere delle dita di Nedland, tra proclami in filtrato. Il successivo capitolo, il quarto,
October's monody (The rebirth of time
/ Will leave no man behind /
The rebirth of time / Will conclude the faith of all mankind / Relieve us of our torment),
esordisce con un impazzare di chitarre
acustiche, il death prog che gli succede sfocerà in un vorticoso lugubre black, alternato nelle partiture del songwriting a progressioni extreme, non tralasciando tuttavia le melliflue
minimalità e gli eccitanti chorus. Siamo ora al cospetto del masterpiece
del disco, Their spirits ride with the wind: racchiusi tra
docili scrosci di pioggia e i freddi aliti di vento di un ambient
notturno, la composizione racchiude quasi nove minuti di coralità
che scolpisco i neuroni mnemonici, di evoluzioni inquiete e marziali, di
asfissiante oscuro pathos che quando sembra lì per esplodere implode
invece in un solare assolo - thrashy nel suo sviluppo adagiato su
cavalcate death - per poi assumere ex abrupto tranquillizzanti parvenze
fusion.
Abbondantemente scombussolati, approdiamo nella seconda metà del platter,
alla quale ci introduce la turbinosa extreme track I total triumf, le cui
evoluzioni compositive raggiungono tanto il black quanto il jazz (magico
l'assolo di sax!), tra le onnipresenti chitarre progressive, trade mark
di tutta questa strepitosa release. Cosa mancava a questo
surreale calderone di estremo? ...il doom?, sì, vero, ed infatti eccolo servito all'attacco di
The titan, song in cui appaiono pure neoclassicità e filtrati growl sepolcrali, mood drammatici, atmosfere
elegiache e minimalità di prepotente fascino. Un superbo guitar solo
chiude questo imperioso brano. Con As I wither, pezzo mutuato dal primo
Ep "Will The Sun Ever Rise?", ci ritroviamo in pieno
black melodico con partiture death dalle chitarre ribassate e dal growl gutturale, ma anche
intriso di geniale caoticità progressiva:
clamoroso lo stacco catchy tra chorus emozionalmente annichilenti e un
lavoro solistico magistrale... la chiusa di questa song farebbe pensare
sia finita qui, ma dopo un lungo silenzio ecco materializzarsi il
luminoso mansueto sound di Morning sun, un'inattesa
deflagrazione di luce in tanta
oscurità, che si tenta di ottenebrare all'irrompere di Sorgenfri,
death triviale seppur progressivo il quale però non regge nel sussistere
in essere all'imporsi del sole
che sorge, divenendo sul finale reale gioia, concretizzata speranza,
l'attracco definitivo nello sconfinato di sempiterna luce, al termine del plumbeo tunnel esistenziale.
Tre tracce mutuate dagli antecedenti Ep, di cui
una, Dek rakner!, a mio avviso piuttosto fuori contesto
rispetto all'anima portante, al "paraconcept" musicale di "The Latter Rain":
questo l'unico neo di un disco intrinsecamente clamoroso, letteralmente
geniale, una release che proietta di forza gli In Vain
nell'olimpo dell'avantgarde, quantomeno, se non oltre, al pari delle
band succitate. Ovviamente, tutto ciò premesso, uno dei migliori Cd
metal del 2007, e, altrettanto ovviamente, un must assoluto per tutti
gli amanti dell'estremo sperimentale.
Vaake
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