|
Gli In Vain sono un astro nascente del
firmamento norvegese e con questo "Wounds" immortalano
la loro seconda tappa esistenziale, che è ancora un Ep. Forse affrettatamente
considerati una christian band loro stessi hanno specificato che solo una parte
dei membri del sodalizio è effettivamente cristiana; le liriche parlano
sì di fede, ma non certo in toni predicatori e neanche di viva
testimonianza. Li recensiamo lo stesso in quanto il loro primo notevole
"Will
The Sun Ever Rise?" concedeva di certo molto meno spazio al dubbio e
perchè comunque sono stati inseriti nel movimento - soprattutto per
iniziativa del celebre webstore scandinavo Nordic Mission - a cui anche noi facciamo, anche se
non pedissequamente, capo. Liriche poetiche e adornate di suggestive
immagini fideistiche (I wish I could find a ship / and just sail on by.
/ Let the wind guide me / all the way. / Watch all the birds leave / and follow
them. / In search for warmer land. / The rebirth of time. / Will leave no man
behind. / The rebirth of time. / Will conclude the faith of all mankind.
/ Relieve us of our torment) solo due delle quattro tracce, tutte
peraltro superiori ai sette minuti per ben 28
complessivi di durata, sono in inglese, le restanti in norvegese.
Il sound della band, all'interno di una produzione
eccezionale, è complesso ed eclettico, con black, death, doom, gothic,
sinfonie, accenni fusion ed hardcore, un vero e proprio avantgarde di
matrice Arcturus che però capita tenda volentieri all'extreme dei
Kekal, ma
anche degli Extol per alcune filature ritmiche di sei corde.
Arpeggi acustici, partitute black con scream e growl, mood solare ed
extreme kekaliano, e poi rilassamenti dalla ritmica quasi dormiente con
lento assolo e cantato in clean, singolo e polifonico: tutto questa gran
varietà è l'opener October's monody, a cui succede Det
rakner!, più sperimentale, a tratti intensa e dalla tessitura
articolata, volta però più che altro ad aperture adagiate su una
avvolgente solarità che sfocia in un doom malinconico con vocalizzi
filtrati e tanto di violoncello. Piuttosto prepotente è l'attacco di
In rememberance, melodic death oriented assai strutturato:
all'improvviso uno stacco fusion con sax anticipa un riff tastieristico
inquieto, le chitarre eruttano e le linee vocali (opera di un guest)
sono qui palesemente hardcore; a condurci alla fine è la keys, fosca, di
prima. Epilogo di "Wounds" è appunto Epilogue: Alene.
Pianoforte sconsolato, violoncello e decadenza: è cuori in inverno. Ecco
che i tempi si vivacizzano e strane voci narranti introducono il grande
chorus melodico, che però dura poco perchè presto ripiomba il malinconico
crepuscolo.
Un disco non propriamente immediato, com'è del
resto scontata consuetudine per qualsiasi opera musicale faccia capo a
matrici avantagarde, ma che se si ha la pazienza di scoprire adagio,
sfogliando le pagine solo dopo aver letto e riletto attentamente tutte
le righe e tutte le note, si può allora giudicare per la sua effettiva
caratura, che risulterà sorprendente. Nella speranza che in loro si
attizzi la (vieppiù flebile?) fiammella dello zelo della fede, ne
attendiamo senz'altro il primo full-length,
sicuri che almeno musicalmente non ci deluderà.
Vaake
|