|
E dopo Metatrone, Boarders e
Fratello Metallo, una nuova band italiana si affaccia sul versante
metal classico/melodico con liriche che toccano, tra gli altri,
argomenti legati al cattolicesimo e al Cristianesimo in generale. O
meglio, per esser più precisi, più che al cospetto di un lavoro di una
band ci troviamo davanti ad un disco del polistrumentista Ivan Perugini,
appoggiato da validi musicisti, tra cui i ragazzi dei Sun King
(Giacomo Pettinari accompagna Ivan alla chitarra, suonata nell'assolo di
The difference da Roberto Basili; si sono succeduti al
basso Massimo Perugini e Daniele Sincini, e alla batteria Matteo
Monitironi e Roby Sopranzi). Ritengo opportuno precisare anche che
alcuni di questi non sono affatto cristiani, mentre lo è chi scrive
musica e testi, con conseguente ed inevitabile influenza sul lavoro.
Quel che conta però, trattandosi di musica, è che
ognuno di sé ha alle spalle diverse esperienze con vari gruppi,
soprattutto cover band hard rock/rock classico, e che non ci si trova ad
ascoltare dei principianti lo si capisce sin dalle prime note
dell'album. Il disco ha dunque forti richiami al metal classico, con
venature hard rock (nelle prime tracce soprattutto mi vien spontaneo il
paragone con i Megadeth periodo heavy, ossia da "Countdown To
Extinction" del '94 in poi). Ma, se la parte strumentale è eseguita
quasi alla perfezione, risulta fuori luogo la parte vocale, dove difatti
il buon Ivan risulta poco spontaneo e originale (cosa che penalizza
leggermente il disco), riuscendo però a riscattarsi nelle parti
solo-chitarristiche, dove riesce a regalarci svariati episodi melodici
di grande bellezza. Le parti migliori di questo album sono a mio avviso
le prime due tracce, Strengh and will e Aceman,
dove il sapore hard rock è più accentuato, Hippogriff,
aperta da un arpeggio molto bello così come il solo, e Man of the
mountain dal vago sapore glam. Ciò non toglie che anche altri
brani, pur non facendo certo gridare al capolavoro, sappiano farsi
notare. E' il caso della simpatica The difference, di
Dreizehn moewen, cantata in tedesco, o di Hope,
aperta da un intro di pianoforte per poi svilupparsi su un sound
stranamente tessuto tra hard rock e metal moderno.
Il resto del disco si muove sempre tra
hard'n'heavy, senza sbilanciamenti eccessivi. Nel suo complesso il
lavoro supera la sufficienza, grazie ad un ottimo lavoro strumentale.
Come già detto però, grave peso portano la parte canora e la poca
originalità. Speriamo in un prossimo episodio migliore, dato che, senza
dubbio, i presupposti ci sono tutti.
Enrico Riccobene
|