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Forti di due importanti album quali l'omonimo "Jacobs Dream"
del 2000 e "Theater Of War", uscito l'anno seguente, si era
levata una certa aspettativa per il nuovo full-length della band
statunitense, che però sembrava non uscire più. Finalmente dopo ben
quattro anni il quintetto si è rifatto vivo con questo "Drama Of
The Ages": le premesse per qualcosa di davvero interessante
c'erano tutte, a partire dal bellissimo lavoro di cover-art,
passando per le profonde lyrics che trattano dell'uomo di fronte ai
momenti ultimi, quando cioè starà per render conto di tutta la sua
vita, terminando per i ben 71 minuti complessivi di durata divisi in
13 tracce il che tenderebbe a far pensare ad una certa ispirazione
compositiva da parte della band.Sentendo e risentendo il cd però
rimane un po' di amaro in bocca: nonostante una produzione non certo
brillante l'epicità old style trasuda e l'esecuzione è nel complesso
buona, ma l'intensità vocale del neo-singer Chaz Bond è, ahimè, limitata ed inoltre nonostante begli episodi nel complesso l'intero
lavoro manca di quel mordente e di quell'"anima" che l'avrebbe reso
di certo più pregnante ed appassionante. L'opener è già la title-track: Drama of the ages
fila senza particolari sussulti col suo heavy solennizzato ricco di
immancabili refrain e guitar solo, ed è chiuso da un lungo acuto,
acuto che apre anche la seguente Keeper of the crown
dove buone melodie coabitano con bei passaggi strumentali possenti e
anche veloci. Notevole tensione è generata dalla tastiera
atmosferica che introduce Spinning leaf: la voce epica
qui si alterna a tonalità più aggressive al limite del growl e ad un
acuto finale. Cambi di velocità ed intensità segnano Stand or
fall, mentre si apprezzano molto in Tempest
passaggi di una pesantezza schiacciante, altri dichiaratamente
epicheggianti, altri oscuri. In Third way il drumming
di Gary Holtzman, le chitarre di John Berry e Jon Noble ed il basso
di James Evans accompagnati dalla tastiera generano atmosfere cupe:
la traccia è impreziosita da una bella linea vocale rauca e da un
gran heavy classico.
Forever winter è strumentale per i primi tre minuti
e mezzo, alché si inserisce Chaz Bond con un'interpretazione poco
riuscita: chiude però un appassionato acuto. Note di basso e di
acustica, voce effettata, riff imponenti, assoli ed una azzeccata
linea melodica costituiscono una delle migliori tracce dell'album,
Drowning man, seguita però dall'anonima Deceiver
of the nations, che si nota solo per la presenza ancora una
volta del quasi growling di Chaz. Cutting words
alterna momenti heavy decisi ad altri assai soffusi ed pervasivi.
Una buonissima melodia è presente anche in Victory
infarcita di potenza, soliti buoni assoli ed un acutone finale;
altra traccia questa che emerge dalla list. L'epicità esplode in
tutti gli amati clichè nella bella At the gates:
rumori di battaglia a colpi di spada con una lontana chitarra che
enfatizza ancor più il già intenso momento: il sottofondo scema
lasciando spazio ad un classico heavy/epic con qui cavalcate
powereggianti, melodie catchy e efficace solo. Sembrerebbe questa la
canzone che chiude, ma dopo un minuto di silenzio compare una hidden track soprendentemente dolce, soffusa e luminosa,
completamente strumentale.
Peccato, il lavoro poteva venir fuori molto migliore, ma
oggettivamente prende solo a tratti. Attendiamo quindi la talentuosa band ad un immediato riscatto, pur senza disprezzare questo,
tutto sommato, più che discreto disco.
Vaake |