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Da un side project di Jimmy P. Brown II, storico
chitarrista/cantante dei christian trashers Deliverance, ci si
sarebbe aspettati sicuramente un album caratterizzato da un sound
pesante, almeno come quello della band madre. Ma invece, inserendo
questo disco nello stereo... sorpresa! La proposta del quintetto
americano è tutt'altro che pesante: i riff di chitarra suonati dal già
citato Jimmy P. Brown(che si ribattezza per l'occasione "Peter Braun") e
da "Helmut Stegel" (tutti i membri usano strani moniker, e si inventano
background ancora più strani), sono vicini all'alternative rock, a
tratti ammiccanti al nu metal, a tratti al punk, quello moderno,
simil-pop, di band come The Offspring, Blink 182 o Sum
41. I refrain cantati dallo stesso "Braun" con il supporto di "Stegel"
sono super orecchiabili; le tastiere e i synths di "Darby Flowers" danno
all'album un sapore space/prog rock; il basso di "Remedios Innocentes"
salta subito all'orecchio, poiché raramente è in risalto come in questo
Lp, ed insieme alla batteria di "Spirios Filios", sostiene ottimamente
il tutto. Ma tracciare delle linee guida per muoverci su questo pianeta
Jupiter VI risulta però tutt'altro che facile, dato che, man mano
che si va avanti, ogni brano dell'album "Back From Mars" si
evolve in un differente stile, senza però allontanarsi eccessivamente
dal sound alternative, unico punto fisso. Mettendo un attimo da parte le
mie impressioni personali, trascrivo alcune delle influenze citate dallo
stesso gruppo: David Bowie,T-Rex, The Ramones,
The Kinks, Iggy Pop. Tutti artisti classici che per
l'appunto si sono distinti per la loro alternatività. Le lyrics
dell'album ruotano attorno ad un concept "spaziale", non molto serio
(usando un eufemismo), illuminate da una prospettiva di positività
cristiana, che però non sfocia in nessun riferimento esplicito al
cristianesimo.
Risulta molto orecchiabile, e molto pop-rock oriented, la title track
che apre il disco, veloce, allegra e spensierata. Sugli stessi schemi è
anche la successiva The human endeavor. Mimes
XIII.II è, a mio avviso, uno degli episodi più azzeccati:
semi-ballad dove la band tira fuori uno spirito AOR che non si
ripresenterà più nel corso di questo full-length, ed è, con i suoi 5:35
minuti, anche la traccia più lunga. Il quarto brano Corporate
stiff, riprende lo stile dei primi due, anche se, come detto
nell'introduzione, non si può parlare di ripetizioni in questo disco.
L'intro e il refrain di From here till ever riportano in
mente i The Offspring, ma nell'evolversi del brano si sviluppa un
sound simile a quello delle band alternative rock di scuola
anglosassone. Anche la seguente Passions presenta un sound
alternative, ma indurito, quasi hard rock. Hard rock che viene ripreso
con maggiore intensità nelle successive In a world of... e
All day and all of the night, altri due punti forti del
disco, insieme alla già citata Mimes XIII.II e a
Lucidia, che incontreremo più avanti; apici del lavoro, complici
forse i miei gusti classici. Through the speakers (Alien synth
mix) presenta un personalissimo stile, una sorta di punk
elettronico, condito con la rilassante leggerezza che ci ha condotto
sino al nono pezzo senza che ce ne accorgessimo. La successiva, già
citata Lucidia è una ballata in stile Guns 'N Roses-Bon
Jovi, condotta da un arpeggio molto romantico, con un assolo che
ricorda molto lo stile di Slash e, soprattutto, di Richie Sambora.
Brand new day è una canzone rock, lenta, carica di speranza,
che non stonerebbe come traccia conclusiva in un film hollywoodiano;
rievoca David Bowie e i Velvet Underground, senza però
scopiazzarli. Chiude Zurich von Mars, che altro non è che
la title-track cantata in tedesco.
Un disco moderno, fresco, alternativo, leggero, rilassante, allegro, a
tratti trascinante. Certo... non segnerà la storia, non verrà elencato
tra i classici. Ma non penso che sia stato registrato con queste
intenzioni. Consigliato a tutti gli amanti del rock e (perché no) del
metal moderno, e a tutti coloro che cercano un ascolto rilassante e poco
impegnativo, che non esca dall'orbita del pianeta rock.
Enrico Riccobene
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