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E' divenuta oramai un'impresa riuscire a tenere quantomeno il conto di tutte le band metalcore
cristiane che dai pionieri Zao e Living Sacrifice hanno
successivamente invaso il mercato seguendo peraltro
in ciò il trend in fieri nella scena secolare. I fans dei The Ocean
o dei Neurosis possono ora giovarsi
anche del demolente ma al contempo trippico sound dei Kashee Opeiah. Quintetto teutonico
formatosi nel 2002, realizzò il full-length autoprodotto "Slidepulsedown"
(ossia "The wholde divided intogether"), ed a seguito della firma con la
christian label Whirlwind Records assunse in monicker di Kashee
Opeiah rilasciando questo debut ufficiale. Ottimo sonoro, lo stile
proposto è sludge rabbioso ed aggressivo che non lesina però
rilassamenti introspettivi tipici del post-metal e qualche tentativo
sperimentale. Le linee tonali del singer Daniel Ziesche sono
canoniche, la parte del leone la svolge invece a mio
avviso il variegato ed ispirato drumming di Christian Reuther: per il
resto esecuzione senza macchia a parte qualche sovrapposizione
strumentale mal pensata o più che altro mal bilanciata in fase di mixaggio che va a
creare passaggi un po' confusi, ma è un peccato veniale.
Album lungo, forse eccessive le dodici tracce
presenti dato che rischiano di far piombare il lavoro nel prolisso
considerando una certa ripetitività del sound, che i nostri cercano
comunque di render vario con degli inserti "diversi": esempi sono la decadenza post-metal della quarta After this act of
deliverance, resa ancor più enfatica della presenza di vocalizzi,
il tutto guidato poi da una lead guitar verso riff radi e squassanti,
prima di riadagiarsi su rilassamenti opethiani; sludge sperimentale è la sesta In the hour of brokeseess,
che tende a seguire una linea melodica tra l'apertura clean e la
visionaria ritmica finale. Da
segnalare anche l'uso del baritono, che si affianca anche al growl, in
Similar to a fairy-tale, dove a colpire è soprattutto un
efficace break ritmico a scariche mitraglianti. Per il resto violenza e
rabbia in mid-down tempo, con qualche cenno melodico sparso: segnalo i frequenti cambi di
tempo, l'assalto convulso e la batteria tritaossa di Now that I am
sated; la tecnica, crivellante,
satura e taurinica Farewell, endless war!; il patologico tasso di testosterone presente nella quinta Kept by a
numerical control, che oltre a breakdown e melodie
agrodolci innesta anche furibonde partiture death (simile ne è la
dodicesima, interminabile, Even though it has to stop somehow); la sinistra e tempisticamente dilatata Awoken to the analogy;
il puro sludge di Within the thoughts of a puppet,
l'invereconda violenza di Oh, endless ocean! Oh, poor me!
Insomma, Cd talentuoso per un genere ancora non
troppo esplorato, soprattutto in ambito cristiano, dove nella scena
metalcore a tirare sono altre tipologie di sound, non a caso i nostri
sono tedeschi. "Panic In Solitude"
rappresenta quindi una release interessante, che ripropone un manierismo
stilistico un po' dimenticato e lo fa decisamente bene, anche se -
volendogli trovare un difetto - in modo ancora un poco acerbo.
Valerio Mei
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