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Kekal: un nome dal sapore affascinante che a noi
italiani potrà strappare un sorriso ma che nasconde timidamente una
delle più originali (e pazzoidi) proposte che il metal cristiano
potesse partorire.
Se è vero che l’unblack
metal è nato in Australia la sua diffusione nel nostro occidente
sarà dovuta necessariamente passare dalla vicina Indonesia, visto
che questi martiri metallari sfoggiano dei simpatici occhi a
mandorla. E sono una, a suo modo molto, band importante, dimostrando
quanto si possa essere sperimentali anche in un ambito metal devoto
alla fede cristiana. Tipico degli asiatici! La proposta del combo è
infatti intrisa di sperimentazione, unblack metal velocissimo e a
tratti brutale che cede repentinamente il passo all’elettronica, a
passaggi contorti e progressivi, riff epici di scuola quasi heavy
metal, assoli turbinosi, passaggi ricchi di atmosfera e così via: ma
sempre e comunque pesantissimi. Sembra diventata quasi una regola
l’originalità a tutti i costi, in ambito christian metal: i
Lengsel ne sono un altro valido esempio, e non solo.
L’iniziale
Subsession/Once again it failed è di quelle che fanno male.
Cacofonie industriali aprono le danze, ma si tratta di un’illusione
breve: la ritmica è portata immediatamente sui 100Km all’ora e lo
screaming non fa prigionieri, distrugge tutto quello che ha davanti.
Occorre tener presente che "1000 Thoughts Of Violence" è uno
degli album in ogni caso meno sperimentali degli indonesiani: qui la
parola d’ordine è brutalità. Tutto è tipico però della scuola
asiatica, come certe melodie che magari non ti aspetteresti da
svedesi o americani, ma soprattutto le parti vocali che mi hanno
ricordato qualcosa degli giapponesi Sigh: particolarmente
acute e corpose, dall’accento orientale. Stesso dicasi per vari
passaggi ed orpelli elettronici, che infarciscono l’album di
atmosfera e di decoro estetico. Appunto, decoro: perché a differenza
di album come il più noto "The Painful Experience", qui
l’elettronica funge quasi come un elemento decorativo; non perché di
per sé non sia importante, ma perché è totalmente tutto sommerso
dalla brutalità sonica, dalla velocità, da "1000 pensieri di
violenza".
Qui i Kekal scoprono davvero le unghie: il risultato
è un viaggio allucinato negli abissi della loro psiche, una totale
perdita in labirinti oscuri ed intricati, fatti di violenza, di
sangue che gronda dalle pareti ma anche di tanta raffinata e
rassicurante delicatezza. Non perdetevelo.
Stefano Pentassuglia
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