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A che punto è giunta l'evoluzione dei Kekal?
Pionieri dell'unblack due abbondanti lustri fa, poi visionari principi
della sperimentazione estrema e avanguardistica condita da melodie
tipiche del remoto oriente, quei Kekal che conoscevamo e che
molti apprezzavano purtroppo non esistono più: sebbene ne sia rimasta la
forma, la sostanza è radicalmente mutata. I sentori di un profondo
cambiamento in fieri li avevamo percepiti fin dal comunque buono
"Acidity", per poi però esacerbarsi nel livello di allarme col
successivo "The Habit Of Fire", Cd assolutamente indigeribile per
i vecchi fans. Illuderci in un ritorno alle origini era vano, ma solo
immaginare che da lì in poi ci sarebbe stato un tracollo
assoluto...eppure è avvenuto: nel tramonto dell'anno appena accomiatato
gli indonesiani, al momento terzetto, hanno sfornato "Audible
Minority", disco che segna l'ineluttabile baratro di una band mito
nella storia del christian metal, scena dalla quale in realtà, da "Acidity"
in avanti, hanno iniziato a distaccarsi liricamente, abbandonando i
riferimenti cristiani e votandosi per lo più a elucubrazioni
esistenzialiste.
"Audible Minority" è un album pessimo. Lo è
di certo per il fan del sound che fu, ma lo è anche per l'ascoltatore
ignaro di questa sconcertante involuzione: ci ritroviamo un lavoro di
industrial ultra sperimentale, con soluzioni a dir poco censurabili, e
francamente senza capo né coda. C'è ben poco da salvare nell'ultima
fatica di Jeffray Arwadi e soci: lo scream affilato è da sempre stato un
cavallo di battaglia del monicker, e qui si pensa bene di eliminarlo in
toto...compare, accennato e moscio, solo nella sesta For the
greater good and evil, per il resto la lead vocal è un clean
bambinesco che ha ben poco da offrire a livello tecnico ed emozionale.
Qualche riffone come irrobustimento ritmico mantiene l'anima metal di un
disco prevalentemente sintetico: lo è l'opener The vampire song,
che azzarda un malriuscito refrain melodico. Di qui in poi si distenderà
nel Cd una teoria ininterrotta di sperimentazioni. La seconda
Conditional destiny è densa di un'anima acida, ectoplasmatica e
futuristica, le progressioni industriali lasciano perplessi...a ritirare
su il morale un brevissimo accenno black/extreme, ma sarà solo una
parentesi estemporanea e irripetuta. Dovendo indicare una best track
direi essere la subentrante Against, dark ambient e
minimalità filo-oniriche, tra le ovvie industrialità c'è anche un
assolo. Purtroppo però si torna alla nuda e cruda realtà del platter con
la delirante Ceasefire negative, seguita dalla spigolosa
ed aspra Between us, mentre nella succitata For the
greater good and evil non ci facciamo di certo mancare le voci
robotiche e gli ipnotismi spaziali (!) Traballanti le armonie di
Narrow avenue, seguita dalle confuse progressività industriali
di Virtue of perseverance, tra bridge fusion oriented,
cenni up-tempo, passaggi dark ambient e, infine, a suggello, la techno,
ovviamente! Pongono fine all'agonia del fan kekaliano Shuffling
biorhythms, All that matters ed una cover degli
A-ha.
Gli Ulver sono un caso storico di cambio di
rotta clamorosa dal black all'elettronica-ambient avanguardistica, ma
loro nel compimento della sterzata ad alta gradazione hanno mantenuto
estrema dignità, "Blood Inside" e, soprattutto, "Shadows Of
The Sun" sono due ottimi dischi; forse Jeffray Arwadi per la sua
creatura sperava in una evoluzione paragonabile: con questo "Audible
Minority" siamo ormai certi di come l'intento sia completamente
fallito.
Vaake
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