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The Habit Of Fire
 
 

 

KEKAL
Audible Minority
industrial
2008 - NePlusUltra Music
(Indonesia)
www.myspace.com/kekal

 

A che punto è giunta l'evoluzione dei Kekal? Pionieri dell'unblack due abbondanti lustri fa, poi visionari principi della sperimentazione estrema e avanguardistica condita da melodie tipiche del remoto oriente, quei Kekal che conoscevamo e che molti apprezzavano purtroppo non esistono più: sebbene ne sia rimasta la forma, la sostanza è radicalmente mutata. I sentori di un profondo cambiamento in fieri li avevamo percepiti fin dal comunque buono "Acidity", per poi però esacerbarsi nel livello di allarme col successivo "The Habit Of Fire", Cd assolutamente indigeribile per i vecchi fans. Illuderci in un ritorno alle origini era vano, ma solo immaginare che da lì in poi ci sarebbe stato un tracollo assoluto...eppure è avvenuto: nel tramonto dell'anno appena accomiatato gli indonesiani, al momento terzetto, hanno sfornato "Audible Minority", disco che segna l'ineluttabile baratro di una band mito nella storia del christian metal, scena dalla quale in realtà, da "Acidity" in avanti, hanno iniziato a distaccarsi liricamente, abbandonando i riferimenti cristiani e votandosi per lo più a elucubrazioni esistenzialiste.

"Audible Minority" è un album pessimo. Lo è di certo per il fan del sound che fu, ma lo è anche per l'ascoltatore ignaro di questa sconcertante involuzione: ci ritroviamo un lavoro di industrial ultra sperimentale, con soluzioni a dir poco censurabili, e francamente senza capo né coda. C'è ben poco da salvare nell'ultima fatica di Jeffray Arwadi e soci: lo scream affilato è da sempre stato un cavallo di battaglia del monicker, e qui si pensa bene di eliminarlo in toto...compare, accennato e moscio, solo nella sesta For the greater good and evil, per il resto la lead vocal è un clean bambinesco che ha ben poco da offrire a livello tecnico ed emozionale. Qualche riffone come irrobustimento ritmico mantiene l'anima metal di un disco prevalentemente sintetico: lo è l'opener The vampire song, che azzarda un malriuscito refrain melodico. Di qui in poi si distenderà nel Cd una teoria ininterrotta di sperimentazioni. La seconda Conditional destiny è densa di un'anima acida, ectoplasmatica e futuristica, le progressioni industriali lasciano perplessi...a ritirare su il morale un brevissimo accenno black/extreme, ma sarà solo una parentesi estemporanea e irripetuta. Dovendo indicare una best track direi essere la subentrante Against, dark ambient e minimalità filo-oniriche, tra le ovvie industrialità c'è anche un assolo. Purtroppo però si torna alla nuda e cruda realtà del platter con la delirante Ceasefire negative, seguita dalla spigolosa ed aspra Between us, mentre nella succitata For the greater good and evil non ci facciamo di certo mancare le voci robotiche e gli ipnotismi spaziali (!) Traballanti le armonie di Narrow avenue, seguita dalle confuse progressività industriali di Virtue of perseverance, tra bridge fusion oriented, cenni up-tempo, passaggi dark ambient e, infine, a suggello, la techno, ovviamente! Pongono fine all'agonia del fan kekaliano Shuffling biorhythms, All that matters ed una cover degli A-ha.

Gli Ulver sono un caso storico di cambio di rotta clamorosa dal black all'elettronica-ambient avanguardistica, ma loro nel compimento della sterzata ad alta gradazione hanno mantenuto estrema dignità, "Blood Inside" e, soprattutto, "Shadows Of The Sun" sono due ottimi dischi; forse Jeffray Arwadi per la sua creatura sperava in una evoluzione paragonabile: con questo "Audible Minority" siamo ormai certi di come l'intento sia completamente fallito.

Vaake

VOTO

48

 

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