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KEKAL
Beyond The Glimpse Of Dreams
unblack
1998 - THT Productions / Sonic Wave
(Indonesia)
www.myspace.com/kekal

 

Nell'anno in cui iniziò a prendere corpo la corrente unblack metal con l'uscita in Norvegia di "The Return Of The Black Death" degli Antestor, seguito a ruota dal favoloso "Demo 98/99" dei compatrioti Vaakevandring, nella lontanissima ed imprevista Indonesia un curioso giovane sodalizio con al suo attivo già il semiamatoriale Ep "Contra Spiritualia Nequitiae" produsse per la THT il suo primo album, dalla strana proposta: black raw e caustico ma sorprendentemente mai troppo oscuro, anzi sovente illuminato da rare armonie orientali, progressivo e fantasioso, ma anche cristianissimo. Quello che ci troviamo a recensire è un disco di affatto indifferente rilevanza storica per questa particolare corrente lirico-musicale, ma anche un lavoro che se fosse scevro da alcune pecche (produzione rivedibile, effetti un poco approssimativi, esecuzione ancora acerba) sarebbe stato clamoroso; ma anche così com'è è a mio avviso tutto da godere, quantomeno una volta fattoci l'orecchio. Menzione particolare va al lavoro di drumming, grezzo ma incisivo, brutale ma mai piatto, dall'ottimo suono: si rimane quindi di stucco nel realizzare sia frutto di una drum machine!, che è stata invero programmata in modo ineccepibile. Protagonista assoluto dell'album è però lo screaming di Jeffray Arwadi, affilatissimo come raramente vi capiterà di sentire, ma anche abrasivo, graffiante ma malleabile.

Rotting youth è l'opener, subito sale sugli scudi per l'appunto lo screaming, ruggente, tagliente, spesso affiancato dal growl di livello qualitativo però molto inferiore: migliorerà esponenzialmente nel corso degli anni. Strumentalmente la traccia contiene sfuriate violente, stacchi progressivi, passaggi rilassati con una bella chitarra melodica e fasi black'n'roll. Si intuisce fin da subito come i Kekal facciano dell'estrema varietà del songwriting il loro vincente cavallo di battaglia. Quanto al testo della track, è un sconsolata denuncia esistenzialista, seguita da un predicatorio invito: "Now as I walk through the scenes of distruption / I see the dying of our generation / adolescents are trapped, bound by chains of sin / live like the living dead, putrefy until total death [...] / We don't want to follow / don't want to be the rotting youth / Leave the scenes and follow Christ". Bella song risulta anche Armageddon, aperta da riff poderosi e cupi è seguita da uno spedito black rovinato però da un brutto effetto distorsivo allo screaming: fortunatamente la composizione riprende appeal con funamboliche progressioni, chitarre solari, una solenne melodia esaltata da un'apprezzabile female vocal, seguita a sorpresa da un doom dal gutturale growl. Arriviamo alla traccia più lunga del Cd, Spirits, introdotta da tastiera - qui sempre presente - ed un dolce sofferto riff: il sound è poi poderoso, ma non mancano break caotici e deliranti, antitetici a ieratici passaggi doom dall'abissale growling.

Uno dei più riusciti episodi lo andiamo ad incontrare ora: Deceived minds alterna follie black tastieristico dallo screaming invadente e delirante a guitar melodies e progressioni; bello è il solo centrale. Simile nella struttura ma più violenta, altezzosa e fosca è la seguente The conversion. É questo il momento più aggressivo del platter dato che l'entrante Behind those images è un caotico massacro di velocità e forza strumentale e vocale, con lo screaming di Jeff affilato come un rasoio; la furia si placa e subentrano melodia e tecnica. Elementi tutti questi presenti anche in Reality, introdotta da un possente death dal buon growl stavolta; l'assolo hardrocker centrale è senz'altro da rimarcare. Assai diversa invece l'ottava Escaping eternal suffering: atmosferica, soffusa, con un discreto clean vocal, è emotivamente intensa. Oscura marzialità e solare melodia si aggrovigliano in A day the hatred dies, dove ad impazzare è la lead guitar di Leo Setiawan. Finale fascinoso, atmosferico agrodolce, ma anche forte ed inquieto: in My eternal lover il proscenio è tutto per la female guest.

E' dunque questo il grande esordio dei Kekal, una band che si può tanto amare quanto odiare, ma che di certo fa parlare di sé. L'album è oramai fuori produzione e pressoché introvabile: se per una qualche inspiegabile provvidenziale casualità vi capita a tiro non esitate un istante, fatelo vostro quanto prima perché altrimenti lo farà qualcun'altro, e voi, poi, forse, vi mangerete le mani.

Vaake

VOTO

83

 

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