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Introduce Us To Immortality
 
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The Habit Of Fire
 
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KEKAL
Spirits From The Ancient Days
unblack
2004 - Kult Rekords
(Indonesia)
www.myspace.com/kekal

 

Pochi mesi prima dell'uscita di "Acidity", il quinto full-length della band indonesiana, i prolifici Kekal quasi a dare l'idea di non voler rinnegare le proprie radici unblack fanno uscire per la THT, o più precisamente per la Kult Rekords, ossia la sezione della casa discografica dedita al reimmettere sul mercato i vecchi lavori della proprie band, questa compilation di tutto ciò che il gruppo aveva prodotto antecedentemente al debut "Beyond The Glimpse Of Dreams" del 1998. Dicevamo che il messaggio lirico dei Kekal ha indubbiamente subito un'evoluzione: i primi due album, e quindi anche questi demo, erano fortemente cristiani e cristocentrici, ma da, in parte, "The Painful Experience" in poi le tematiche religiose hanno lasciato il posto ad analisi filosofico-psicologiche della società e degli eventi che ci circondano; la band rimane comunque cristiana, ma la sua musica non si fa più veicolo di professione di fede. Oltretutto anche musicalmente il combo è mutato alquanto: il black degli esordi in "Acidity" è completamente scomparso - evolvendosi in un extreme progressivo il cui unico residuo primordiale è l'utilizzo dello screaming, anche se sempre più spesso alternato ai, peraltro modesti, clean vocals - ma con questa release in pieno unblack style possiamo dunque tornare ad apprezzarlo.

Diciotto canzoni per oltre 57 minuti compongono "Spirits From The Ancient Days", e va detto subito non tutte sono di qualità, anzi, dei demo qui racchiusi sono o completamente inascoltabili - mi riferisco alle tracce live 15-18 dal suono orribile registrate addirittura nel '90-'91 quando ancora la band si chiamava Obliteration e suonava qualcosa che ricorda molto da lontano il thrash... - o rovinati da una mediocrissima produzione, e qui mi riferisco al demo "Contra Spiritualia Nequitiae" del 1996 che occupa le posizioni 11-14 e che contiene però spunti piuttosto interessanti: l'oscurità prima doom poi black ed i pesantissimi riff di Act I; una "citazione" degli Horde in Act III, che ha sia passaggi melodici ed altri ragionati sia esplosioni di caos e distorsioni estreme; lo screaming sanguinante ed il bel proclama finale in clean nella spesso furiosa Act IV; in Act II invece le sperimentazioni vocali distorte sono pessime. Veniamo ai pezzi più pregiati del lavoro. Le prime due canzoni del Cd sono black-extreme a volte tirato, dalla produzione pulita, dallo screaming tagliente ed aggressivo e dagli inserti, classici per il Kekal sound, di riff chitarristici più melodici in fasi di rallentamento ritmico: andiamo dunque a vedere di che demo fanno parte e, sorpresa!, sono Act II e Act III risuonate e rimasterizzate con la line-up del 2004...irriconoscibili! La terza traccia è Kebangkitan orang mati nella versione originale del 1995: se non brilla per suono è invece notevole per la presenza di un paio di lunghi passaggi di un doom tenebroso esaltato dal growling: al sopraggiungere dello screaming torna il più consueto black-extreme, qui tiratissimo. La quarta No master, bella song che alterna extreme tecnico e black veloce ed oscuro, e la quinta Introduce me to immortality (dicevamo dell'originario cristocentrismo?!), thrash-oriented, risalgono al '95 ma qui si presentano nelle versioni ri-registrate cinque anni dopo con nuovi vocals. La sesta Spirits of the unblack (dicevamo dell'unblack style?!) è una traccia inedita, anch'essa del '95, buona composizione con riff possenti, black furente, assolo, melodie, doom ed un inatteso passaggio di black'n'roll. Infine dalla 7 alla 10 sono canzoni che ritroveremo nel citato debut "Beyond The Glimpse Of Dreams" ad eccezione della strumentale Reborn in the light Part.2, inizialmente tetra ed enfatizzata dai più pesanti riff mai uditi dai Kekal, poi più solare e melodica.

Semplice ma molto efficace è il cover-art dichiaratamente unblack, che, ripensando alla bruttezza (almeno per quelli che sono gli standard metal) del concept grafico avantgardista di "Acidity", è una gioia per gli occhi. Il booklet di quattro pagine contiene al suo interno una dettagliatissima storia della band scritta dal suo mastermind Jeff Arwadi. Uscita nel complesso apprezzabile che però mi sento di consigliare quasi solo ai fans del gruppo, e comunque non di certo a chi vuole avvicinarsi per la prima volta allo stravagante, ma ricco di gradevoli sorprese, universo Kekal, parola che in indonesiano significa "eterno", "immortale" (dicevamo dell'iniziale zelo cristiano?!)

Vaake

VOTO

72

 

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