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"The Habit Of Fire" è album sicuramente molto difficile da descrivere, non si
può identificare con un genere. Il sound qui adottato dai Kekal è
una novità rispetto ai precedenti lavori black o extreme. Questa volta
si tratta di "urban avantgarde metal", in pratica un progressive ricco
di elementi industrial ed elettronici. Ma anche questa definizione non
basta, in realtà tutte le canzoni presentano sempre qualcosa di nuovo e
meriterebbero tutte una recensione a parte.
L’intro Prelude: worldhate chronicle, ci
avvia alla prima song The gathering of ants, la quale
alterna parti cantate in screaming con altre in voce pulita, mentre il
sound varia caoticamente tra metalcore e industrial. Riff in stile
thrash accompagnano invece la successiva Isolated I, un
brano che ricorda molto quelli di "Train Of Thought" dei Dream
Theater, soprattutto nell’assolo finale. La track numero quattro,
Manipulator generals (Part I of dictatorship), è prettamente
elettronica, mentre la cinque, come si può facilmente intuire dal titolo
(Our urban industry runs monotonously) è un pezzo
strumentale completamente industrial, con i suoi ritmi martellanti e
synth ripetitivi. La disomogeneità nel sound in questo album si
percepisce alla perfezione con l’ascolto di To whom it may concern.
Se fino a questo punto il lavoro era caratterizzato da una linea guida,
che era quella dell’industrial, in questa canzone, quasi fino alla fine,
la linea guida è quella del doom, con ritmi decadenti e melodie oscure;
non è comunque un caso isolato, anche la decima traccia (A real
life to fear about) si comporta nel medesimo modo. Ritorna
invece la musica elettronica in Free association e
Postlude: saat kemarau (dal testo in indonesiano, almeno credo).
Si può benissimo affermare che in "The Habit Of Fire"
di metal vero e proprio ce n’è davvero poco, troviamo solo tantissima
sperimentazione musicale. I brani maggiormente metal sono forse
Historicity and state of mind (Part II of dictatorship), che
ricorda, in qualche modo, lo stile dei vecchi Kekal, ed
Escapism, brano prog di ben quattordici minuti diviso in cinque
movimenti. Il concept della canzone è quello della fede, anche se i
testi, come da diversi anni a questa parte, hanno perso quel carattere
prettamente predicatorio, andando sempre di più a parare nel filosofico:
"A road above, a road ahead / and I shall never stop believing / in such
a mode to recuperate / future is given, but choice is mine / to find a
way to stand up again". In "The Habit Of Fire" troviamo tanta
sperimentazione, a volte troppo fine a se stessa. Difficilmente potrà
essere apprezzato dai puristi del metal, ma si tratta comunque di un
ottimo full-length che dimostra l’abilità compositiva di questi tre
formidabili ragazzi indonesiani. Il voto non può che essere alto, anche
se sicuramente in tanti rimpiangeranno il sound brutale dei loro lavori
precedenti. D’altronde era ovvia un’evoluzione di questo tipo: basti
pensare ai primi accenni di questo cambiamento di rotta nell’album "Acidity"
del 2005.
Daniele Fuligno |