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KEKAL
The Habit Of Fire
prog
2007 - Whirlwind Records / Open Grave Records
(Indonesia)
www.myspace.com/kekal

 

"The Habit Of Fire" è album sicuramente molto difficile da descrivere, non si può identificare con un genere. Il sound qui adottato dai Kekal è una novità rispetto ai precedenti lavori black o extreme. Questa volta si tratta di "urban avantgarde metal", in pratica un progressive ricco di elementi industrial ed elettronici. Ma anche questa definizione non basta, in realtà tutte le canzoni presentano sempre qualcosa di nuovo e meriterebbero tutte una recensione a parte.

L’intro Prelude: worldhate chronicle, ci avvia alla prima song The gathering of ants, la quale alterna parti cantate in screaming  con altre in voce pulita, mentre il sound varia caoticamente tra metalcore e industrial. Riff in stile thrash accompagnano invece la successiva Isolated I, un brano che ricorda molto quelli di "Train Of Thought" dei Dream Theater, soprattutto nell’assolo finale. La track numero quattro, Manipulator generals (Part I of dictatorship), è prettamente elettronica, mentre la cinque, come si può facilmente intuire dal titolo (Our urban industry runs monotonously) è un pezzo strumentale completamente industrial, con i suoi ritmi martellanti e synth ripetitivi. La disomogeneità nel sound in questo album si percepisce alla perfezione con l’ascolto di To whom it may concern. Se fino a questo punto il lavoro era caratterizzato da una linea guida, che era quella dell’industrial, in questa canzone, quasi fino alla fine, la linea guida è quella del doom, con ritmi decadenti e melodie oscure; non è comunque un caso isolato, anche la decima traccia (A real life to fear about) si comporta nel medesimo modo. Ritorna invece la musica elettronica in Free association e Postlude: saat kemarau (dal testo in indonesiano, almeno credo).

Si può benissimo affermare che in "The Habit Of Fire" di metal vero e proprio ce n’è davvero poco, troviamo solo tantissima sperimentazione musicale. I brani maggiormente metal sono forse Historicity and state of mind (Part II of dictatorship), che ricorda, in qualche modo, lo stile dei vecchi Kekal, ed Escapism, brano prog di ben quattordici minuti diviso in cinque movimenti. Il concept della canzone è quello della fede, anche se i testi, come da diversi anni a questa parte, hanno perso quel carattere prettamente predicatorio, andando sempre di più a parare nel filosofico: "A road above, a road ahead / and I shall never stop believing / in such a mode to recuperate / future is given, but choice is mine / to find a way to stand up again". In "The Habit Of Fire" troviamo tanta sperimentazione, a volte troppo fine a se stessa. Difficilmente potrà essere apprezzato dai puristi del metal, ma si tratta comunque di un ottimo full-length che dimostra l’abilità compositiva di questi tre formidabili ragazzi indonesiani. Il voto non può che essere alto, anche se sicuramente in tanti rimpiangeranno il sound brutale dei loro lavori precedenti. D’altronde era ovvia un’evoluzione di questo tipo: basti pensare ai primi accenni di questo cambiamento di rotta nell’album "Acidity" del 2005.

Daniele Fuligno

VOTO

81

 

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