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KOHLLAPSE
Distant Mind Alternative
 
 

 

KOHLLAPSE
Kohllapse
gothic
1996 - Self
(Australia)
www.geocities.com/SunsetStrip/Club/5200

 

Un calderone sapientemente miscelato composto di dark progressivo, di gothic per lo più sofferente ma a tratti speranzoso, di fasi doom, di puntate death, di una traccia completamente black, per non parlare poi degli stili vocali: clean, sussurrati, filtrati, tonalità agonizzanti, growl, screaming... É questo per grandi linee il contenuto del sorprendente debut, magistralmente autoprodotto, del duo australiano, scioltosi a seguito del come-back "Distant Mind Alternative" ma riattivatosi nel corso del 2005. Un sound che può essere vagamente paragonato ai Type O Negative o ai Katatonia, ma che è in definitiva assai peculiare nel mood complessivo.

L'intro è Path, suadente intreccio tra chitarre acustiche e riff elettrico che è già un viaggio, solo un breve viaggio che condurrà già al masterpiece dell'album, la lunghissima (attenta agli undici minuti) Tell me your fears, sofferta, atmosferica, rabbiosa: ipnotica in alcuni arpeggi diviene persino arabeggiante negli assoli. Riffoni esplosivi separano il growling da un narrato filtrato, il finale sarà votato alla malinconia più truce, attraverso una linea melodica prima, un cantato gemente, un piano, una sezione acustica poi. Seguito di tale perla è la degna Never, traccia dark anche nel baritono, che sfocia in aperture più solari e picchi emotivi cantati in un intenso etereo urlato: tastiere sinfoniche accompagnano al finale doom oriented. Towards è uno stacco di riff turbato e riecheggiante. Lenta, gotica, ambient ed atmosferica si propone Take me away, inquieta e straziata invece My child. Giungiamo così al momento più sorprendente (nel senso letterale del termine) del lavoro: An end to pain è nientemeno che un pezzo completamente black!, e non solo black melodico, ma addirittura raw al cambiare della ritmica, aggressione alleggerita sul finale dalla lead in solo. Traccia questa che nel complesso stona tanto quanto vi si inserisce a meraviglia. Self infliction apre librandosi su volteggianti atmosfere di dark ambient, nel proseguo sarà enfatica, arricchita in ciò e dal caldo cantato, e dalle tastiere invasive e neoclassiche, e dalle partiture doom. Conclusiva è Serenity, che a dispetto del nome incarna appieno lo spirito atmosferico rabbuiato, introverso e decadente di "Kohllapse", qui con la novità della presenza di ritmiche tribali.

Ro, voce e chitarra, e Matt Aitchison, drums e keys, hanno creato un piccolo gioiellino di melanconicità addolorata (My eyes close, my heart slows, awareness slips away / I leave that awful place and I run away from pain / this new dimension penetrates so deep / all walls broken down, expose my everything / Where can I go, who can hear me, when I scream, with no voice) la quale trova sfogo solo nell'abbandono in Dio (God are you there? I need you now, take me away / Healing comes into my life, holds onto me / take me into your arms / I now realise true love). Il successivo "Distant Mind Alternative" sarà un album meno atmosferico e passionale ma molto più progressivo ed elaborato. Pareva proprio finita qui, ma ora i cuori dei fans dei Kohllapse tornano a sussultare sapendo che forse, in realtà, finita non era.

Vaake

VOTO

84

 

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