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Un calderone sapientemente miscelato composto di
dark progressivo, di gothic per lo più sofferente ma a tratti
speranzoso, di fasi doom, di puntate death, di una traccia completamente
black, per non parlare poi degli stili vocali: clean, sussurrati,
filtrati, tonalità agonizzanti, growl, screaming... É questo per grandi
linee il contenuto del sorprendente debut, magistralmente autoprodotto,
del duo australiano, scioltosi a seguito del come-back "Distant Mind
Alternative" ma riattivatosi nel corso del 2005. Un sound che può
essere vagamente paragonato ai Type O Negative o ai Katatonia,
ma che è in definitiva assai peculiare nel mood complessivo.
L'intro è Path, suadente intreccio
tra chitarre acustiche e riff elettrico che è già un viaggio, solo un
breve viaggio che condurrà già al masterpiece dell'album, la lunghissima
(attenta agli undici minuti) Tell me your fears, sofferta,
atmosferica, rabbiosa: ipnotica in alcuni arpeggi diviene persino
arabeggiante negli assoli. Riffoni esplosivi separano il growling da un
narrato filtrato, il finale sarà votato alla malinconia più truce,
attraverso una linea melodica prima, un cantato gemente, un piano, una
sezione acustica poi. Seguito di tale perla è la degna Never,
traccia dark anche nel baritono, che sfocia in aperture più solari e
picchi emotivi cantati in un intenso etereo urlato: tastiere sinfoniche
accompagnano al finale doom oriented. Towards è uno stacco
di riff turbato e riecheggiante. Lenta, gotica, ambient ed atmosferica
si propone Take me away, inquieta e straziata invece
My child. Giungiamo così al momento più sorprendente (nel
senso letterale del termine) del lavoro: An end to pain è
nientemeno che un pezzo completamente black!, e non solo black melodico,
ma addirittura raw al cambiare della ritmica, aggressione alleggerita
sul finale dalla lead in solo. Traccia questa che nel complesso stona
tanto quanto vi si inserisce a meraviglia. Self infliction
apre librandosi su volteggianti atmosfere di dark ambient, nel proseguo
sarà enfatica, arricchita in ciò e dal caldo cantato, e dalle tastiere
invasive e neoclassiche, e dalle partiture doom. Conclusiva è
Serenity, che a dispetto del nome incarna appieno lo spirito
atmosferico rabbuiato, introverso e decadente di "Kohllapse", qui
con la novità della presenza di ritmiche tribali.
Ro, voce e chitarra, e Matt Aitchison, drums e keys,
hanno creato un piccolo gioiellino di melanconicità addolorata (My eyes
close, my heart slows, awareness slips away / I leave that awful place
and I run away from pain / this new dimension penetrates so deep / all
walls broken down, expose my everything / Where can I go, who can hear
me, when I scream, with no voice) la quale trova sfogo solo
nell'abbandono in Dio (God are you there? I need you now, take me away /
Healing comes into my life, holds onto me / take me into your arms / I
now realise true love). Il successivo "Distant Mind Alternative"
sarà un album meno atmosferico e passionale ma molto più progressivo ed
elaborato. Pareva proprio finita qui, ma ora i cuori dei fans dei
Kohllapse tornano a sussultare sapendo che forse, in realtà, finita
non era.
Vaake
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