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LACRIMOSA
Elodia
gothic
1999 - Hall Of Sermon
(Svizzera)
www.myspace.com/lacrimosaofficial

 

Ci troviamo di fronte alla sesta fatica della band tedesca, lavoro non privo di una lunga gestazione dato l’impegno profuso dalla mente del capogruppo, Tilo, il quale pur non avendo una formazione musicale "classica" si destreggia magnificamente nel comporre melodie e liriche classicheggianti, cantate con la sua voce dalla tonalità assai tipica, particolarmente efficace nelle parti sussurrate e dal tono basso; la sua voce s’intreccia perfettamente con quella della compagna Anne, che si è presa la briga di curare l’unico brano in inglese dell’album. Descrivere la miscela vocale e sonora che si crea a partire dai due artisti è un’impresa. Siamo di fronte a un’opera in grande stile, curata sotto ogni minimo aspetto, sia nelle parti più classiche che in quelle più moderne. Oltre alla suddivisione per tracce, il disco è diviso "idealmente" in tre "Akt".

"Elodia" comincia il suo percorso a partire da Am Ende der Stille, una dolce sonata di pianoforte che riporta alla mente un intramontabile sentimento di passione e romanticismo, tinto qua e là da vaghe tracce di malinconia. La voce di Tilo, quasi senza volerci disturbare, introduce il resto dell’orchestra di Londra (archi, fiati), con la sua voce espressiva e "tagliente" (visto il cantato in tedesco) e presto ci si abitua al mood del brano, che crea una mirabile sinfonia che racchiude in sé ogni sentimento buono e puro. Queste sensazioni sembrano svanire verso la fine della traccia, ma solo allora si rivela la pienezza dell’orchestra che fa partire una giostra di melodie sempre più avvolgenti e maestose; Tilo si rivela adatto al ruolo che gli compete, accompagnando cotanta bellezza sinfonica col suo pianoforte, fino a sfumare nel finale. Mentre Am Ende der Stille colpisce per la sua profondità, il secondo brano Alleine zu Zweit ci si dispiega innanzi con una melodia di chitarra classica, in cui la voce di Tilo anche stavolta la fa da padrona, ma subito dopo alla sua si aggiunge la suadente vocalità di Anne, e insieme danno il via a un riff di chitarra deciso e una rullata di batteria che accompagna il tutto. Mano a mano veniamo accompagnati in questo viaggio musicale dalle crescenti voci dei due innamorati verso lidi inesplorati. Una timida chitarra si fa avanti e con un breve assolo ripete il refrain, mentre le due voci si danno da fare per sottolineare il momento di passione. Il pezzo si chiude con un grido di Tilo.

Decisamente più "maturo" il terzo brano, Halt mich, che viene cantato interamente da Tilo; la sua voce sarà la colonna portante dell’intero pezzo, accompagnando le melodie più intense, elaborate dagli archi, e dove si sente una tenue linea di basso. Diciamo che è uno dei momenti più evocativi dell’intero album, dove il sentimento predominante è quello di una amorosa angoscia, sottolineata da un breve riff che lascia a Tilo il tempo di riprendere col refrain, cantando a squarciagola "Halt mich", il suo modo di esprimere l’amore. Se Tilo era stato il protagonista di Halt mich, Anne è la protagonista dell’unico brano in inglese del full-length, The turning point, aiutata nel suo compito da svariati strumenti classici suonati egregiamente dall’orchestra di Londra, i quali sono inizialmente degli strumenti a fiato, mentre la parte predominante è musicata dagli onnipresenti archi. La voce di Anne non è al suo massimo, risulta anche eccessivamente mielosa e a tratti un poco noiosa, ma tutto sommato accettabile. Il testo racconta pressappoco la storia della sfortunata donna che si vede nella cover, laddove lei stessa si vede morente accanto al proprio corpo. La track numero quattro si chiama Ich Verlasse Heut dein Herz ed è (almeno musicalmente) la più introspettiva delle otto che compongono l’album. Inizia con un accenno di basso e di piano, che continuerà arricchendosi man mano dell’ accompagnamento di altri strumenti, inclusa la chitarra elettrica (di cui in questo punto si potrebbe fare serenamente a meno). La voce di Tilo è come al solito adattissima a ricoprire il ruolo in questa canzone, con i suoi toni bassi e la sua sinuosità, ma sa essere espressiva anche in note più alte. Il pezzo si chiude col piano come strumento principale e che costruisce una melodia dal forte contenuto emotivo. L’episodio più rabbioso è invece rappresentato da Dich zu Toten fiel mir Schwer, sesta traccia dell’album che inizia con una intraprendente orchestra, seguita dalla voce incattivita di Anne (alla quale più tardi si aggiungerà Tilo) e dei riff solidi come cemento ma che nascondono un’anima tenera, come si rivela infatti più avanti, tessendo assieme agli altri strumenti un intreccio di discreta bellezza. Si fanno largo poi gli strumenti orchestrali, rimettendo su piani più "dolci" il tutto, ma non dura per molto perché la chitarra vuole riprendere il sopravvento e la voce di Tilo si fa più insistente, più armoniosa, e con quello che sembra un carillon si chiude il pezzo.

Il pezzo più magnificente e elaborato, nonché il più straordinario, a mio avviso resta Sanctus ovvero la settima traccia di "Elodia". Ci sarebbero tante cose da dire, ma le riassumerò in poche parole. Questo brano è pura poesia per le orecchie, e la tipicità classica di questo pezzo è il marchio indelebile che lo farà contraddistinguere tra altri del suo genere. Ottima la strumentistica, ottime le voci (con cori di rara bellezza che intonano "Santctus", "Gloria Tua" e "Deus Deus, Sabaoth"), pregevoli i passaggi da una melodia all’altra, presumo composti dallo stesso Tilo, che come già detto non ha una vera e propria formazione musicale. Decisamente più malinconica è l’ultima canzone che conclude questo percorso goticheggiante e cioè Am Ende Stehen wir Zwei; direi che l’album si chiude più che discretamente. Sono presenti entrambe le voci (Tilo e Anne) che accompagnano egregiamente l’incedere lento del brano, fatto ora di tristi riff pachidermici, ora di assoli, prima in singolo e poi che accompagnano le voci dei due, e di cori che sfiorano il sacro pur senza mai raggiungerlo. Qualcosa da ricordare. Non ci sono particolari pecche in questo album, forse un calo in The turning point che mi sembra non brilli tanto di luce propria quanto grazie agli altri splendidi brani che compongono l’Lp. Un disco da esplorare in ogni suo anfratto, fosse anche il più angusto, che regala sentimenti d’amore e momenti di intensa riflessione, un lavoro estremamente ben fatto.

Diego Vacca

VOTO

91

 

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