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Ci troviamo di fronte alla sesta fatica della band tedesca,
lavoro non privo di una lunga gestazione dato l’impegno profuso dalla
mente del capogruppo, Tilo, il quale pur non avendo una formazione
musicale "classica" si destreggia magnificamente nel comporre melodie e
liriche classicheggianti, cantate con la sua voce dalla tonalità assai
tipica, particolarmente efficace nelle parti sussurrate e dal tono
basso; la sua voce s’intreccia perfettamente con quella della compagna
Anne, che si è presa la briga di curare l’unico brano in inglese
dell’album. Descrivere la miscela vocale e sonora che si crea a partire
dai due artisti è un’impresa. Siamo di fronte a un’opera in grande
stile, curata sotto ogni minimo aspetto, sia nelle parti più classiche
che in quelle più moderne. Oltre alla suddivisione per tracce, il disco
è diviso "idealmente" in tre "Akt".
"Elodia" comincia il suo percorso a partire da
Am Ende der Stille, una dolce sonata di pianoforte che riporta
alla mente un intramontabile sentimento di passione e romanticismo,
tinto qua e là da vaghe tracce di malinconia. La voce di Tilo, quasi
senza volerci disturbare, introduce il resto dell’orchestra di Londra
(archi, fiati), con la sua voce espressiva e "tagliente" (visto il
cantato in tedesco) e presto ci si abitua al mood del brano, che crea
una mirabile sinfonia che racchiude in sé ogni sentimento buono e puro.
Queste sensazioni sembrano svanire verso la fine della traccia, ma solo
allora si rivela la pienezza dell’orchestra che fa partire una giostra
di melodie sempre più avvolgenti e maestose; Tilo si rivela adatto al
ruolo che gli compete, accompagnando cotanta bellezza sinfonica col suo
pianoforte, fino a sfumare nel finale. Mentre
Am Ende der
Stille colpisce per la sua profondità, il secondo brano
Alleine zu Zweit ci si dispiega innanzi con una melodia di
chitarra classica, in cui la voce di Tilo anche stavolta la fa da
padrona, ma subito dopo alla sua si aggiunge la suadente vocalità di
Anne, e insieme danno il via a un riff di chitarra deciso e una rullata
di batteria che accompagna il tutto. Mano a mano veniamo accompagnati in
questo viaggio musicale dalle crescenti voci dei due innamorati verso
lidi inesplorati. Una timida chitarra si fa avanti e con un breve assolo
ripete il refrain, mentre le due voci si danno da fare per sottolineare
il momento di passione. Il pezzo si chiude con un grido di Tilo.
Decisamente più "maturo" il terzo brano, Halt mich,
che viene cantato interamente da Tilo; la sua voce sarà la colonna
portante dell’intero pezzo, accompagnando le melodie più intense,
elaborate dagli archi, e dove si sente una tenue linea di basso. Diciamo
che è uno dei momenti più evocativi dell’intero album, dove il
sentimento predominante è quello di una amorosa angoscia, sottolineata
da un breve riff che lascia a Tilo il tempo di riprendere col refrain,
cantando a squarciagola "Halt mich", il suo modo di esprimere l’amore.
Se Tilo era stato il protagonista di
Halt mich, Anne è la protagonista dell’unico brano in inglese del
full-length, The turning point, aiutata nel suo compito da
svariati strumenti classici suonati egregiamente dall’orchestra di
Londra, i quali sono inizialmente degli strumenti a fiato, mentre la
parte predominante è musicata dagli onnipresenti archi. La voce di Anne
non è al suo massimo, risulta anche eccessivamente mielosa e a tratti un
poco noiosa, ma tutto sommato accettabile. Il testo racconta pressappoco
la storia della sfortunata donna che si vede nella cover, laddove lei
stessa si vede morente accanto al proprio corpo. La track numero quattro
si chiama Ich Verlasse Heut dein Herz ed è (almeno
musicalmente) la più introspettiva delle otto che compongono l’album.
Inizia con un accenno di basso e di piano, che continuerà arricchendosi
man mano dell’ accompagnamento di altri strumenti, inclusa la chitarra
elettrica (di cui in questo punto si potrebbe fare serenamente a meno).
La voce di Tilo è come al solito adattissima a ricoprire il ruolo in
questa canzone, con i suoi toni bassi e la sua sinuosità, ma sa essere
espressiva anche in note più alte. Il pezzo si chiude col piano come
strumento principale e che costruisce una melodia dal forte contenuto
emotivo. L’episodio più rabbioso è invece rappresentato da Dich zu
Toten fiel mir Schwer, sesta traccia dell’album che inizia con
una intraprendente orchestra, seguita dalla voce incattivita di Anne
(alla quale più tardi si aggiungerà Tilo) e dei riff solidi come cemento
ma che nascondono un’anima tenera, come si rivela infatti più avanti,
tessendo assieme agli altri strumenti un intreccio di discreta bellezza.
Si fanno largo poi gli strumenti orchestrali, rimettendo su piani più
"dolci" il tutto, ma non dura per molto perché la chitarra vuole
riprendere il sopravvento e la voce di Tilo si fa più insistente, più
armoniosa, e con quello che sembra un carillon si chiude il pezzo.
Il pezzo più magnificente e elaborato, nonché il più
straordinario, a mio avviso resta Sanctus ovvero la
settima traccia di "Elodia". Ci sarebbero tante cose da dire, ma
le riassumerò in poche parole. Questo brano è pura poesia per le
orecchie, e la tipicità classica di questo pezzo è il marchio indelebile
che lo farà contraddistinguere tra altri del suo genere. Ottima la
strumentistica, ottime le voci (con cori di rara bellezza che intonano "Santctus",
"Gloria Tua" e "Deus Deus, Sabaoth"), pregevoli i passaggi da una
melodia all’altra, presumo composti dallo stesso Tilo, che come già
detto non ha una vera e propria formazione musicale. Decisamente più
malinconica è l’ultima canzone che conclude questo percorso
goticheggiante e cioè Am Ende Stehen wir Zwei; direi che
l’album si chiude più che discretamente. Sono presenti entrambe le voci
(Tilo e Anne) che accompagnano egregiamente l’incedere lento del brano,
fatto ora di tristi riff pachidermici, ora di assoli, prima in singolo e
poi che accompagnano le voci dei due, e di cori che sfiorano il sacro
pur senza mai raggiungerlo. Qualcosa da ricordare. Non ci sono particolari pecche in questo album, forse un
calo in The turning point che mi sembra non brilli tanto
di luce propria quanto grazie agli altri splendidi brani che compongono
l’Lp. Un disco da esplorare in ogni suo anfratto, fosse anche il più
angusto, che regala sentimenti d’amore e momenti di intensa riflessione,
un lavoro estremamente ben fatto.
Diego Vacca
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