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Torniamo indietro al 1995, anno di uscita di "Inferno",
quarto lavoro per questo gruppo fautore di un sound incantevole e
sognante che può però provocare sentimenti nettamente opposti: i
Lacrimosa o si amano totalmente o non si sopportano; per la loro
musica così particolare infatti non ci sono mezze misure. Io propendo
naturalmente per la prima schiera essendo stata perdutamente ammaliata
già dal primo ascolto da un gothic compenetrato da efficaci
orchestrazioni ridondanti. Questo è l’ideale per accompagnarci
dolcemente nel nostro più profondo e oscuro io con in sottofondo
avvinghianti e calde atmosfere, il cui ritmo cadenzato ci fa assaporare
pienamente ogni singola nota, facendola propria. La creatività di quel
genietto di Tilo Wolff è qui espressa su alti livelli sforando in una
sola occasione nell’episodio meno riuscito del lotto, Copycat.
L’alzarsi del sipario è accompagnato da un intro
strumentale in cui dei rintocchi di campana seguono in sottofondo degli
effetti tastieristi e delle melodie di violoncello che, continuando
sulle stesse note, saranno l’asse portante del successivo brano,
Kabinett der Sinne, introdotto da una rullata di
batteria. La particolare voce di Tilo, qui effettata ed accompagnata
verso la fine da Anne Murni, è difficilmente descrivibile: il suo timbro
così fuori dalle righe ha però quel qualcosa che attira inevitabilmente,
abbracciando l’ascoltatore. La forte malinconia è imperante già da
questa seconda traccia; Versiegelt glanzumströmt è aperta
da delicati arpeggi di acustica cui segue un’esplosione di emozioni,
quasi soffocate fino a quel momento, generate dal synth e dal ritmare
della batteria, e sublimate poi da prepotenti riff. Un’atmosfera cupa, a
tratti spettrale, permea No blind eyes can see, in cui
viene riproposto l’efficace duetto tra Tilo e Anne, perfetto incontro di
contrari. Accenni industrial sono presenti in Schakal che
trasuda sofferenza e tristezza da ogni nota. La voce del mastermind
offre qui una gran prova arrivando a fare quasi degli scream nel momento
di maggior pathos. Si continua sugli stessi binari emozionali con
Vermächtnis der Sonne, dalle bellissime melodie tastieristiche
(suonate dallo stesso cantante) ma la magia viene però spezzata, da
Copycat: sound rammsteiniano che sfocia quasi nella techno.
Brano insolito che si allontana nettamente da tutto il disco, compatto
fino a quel momento. Chiudiamo questa parentesi per riaddentrarci nel
caldo e avvolgente sound cui eravamo abituati: in Der Keich des
Lebens a primeggiare ci sono due violoncelli, che intrecciandosi
creano qui un sound a tratti epico per poi sfociare, dopo un inizio
dimesso, in una trascinante ondata di gothic sinfonico da gustare
appieno in tutti i suoi 14 minuti.
Degli otto brani ben sei sono cantati in tedesco, ma
fortunatamente il booklet ci fornisce la traduzione in inglese. Efficace
la cover del disco raffigurante un prosperoso angelo tentatore alle cui
lusinghe è difficile resistere; bisogna però avere la consapevolezza che
dalla polvere, da una vita senza alcun senso, dall’aridità di cui
l’anima è pervasa, è impossibile vedere la Luce; si può e si deve quindi
trovare la forza, "try to save your soul / before it’s too late". Se non vi spaventa intraprendere un viaggio nelle
profondità dell’animo, ben consci del fatto che quello che troverete
sarà sommerso da una coltre di malinconia e tristezza, ebbene, fatelo
vostro.
Ilaria Ricci |