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LACRIMOSA
Lichtgestalt
gothic
2005 - Hall Of Sermon
(Svizzera)
www.myspace.com/lacrimosaofficial

 

Nona materializzazione estesa dall'iperuranio artistico dell'eccentrico Tilo Wolff questo "Lichtgestalt", e Tilo che nella creatura Lacrimosa, proiezione auditiva e visiva del suo io, è accompagnato ancora, come di consueto, solamente ed esclusivamente dalla fida Anne Nurmi. Differenze di questo disco rispetto ai predecessori? beh, l'espressione della sua strabordante vena artistica non è sconvolta ma in questa occasione diviene più ortodossa, volendo: "Lichtgestalt" risulta così essere un gothic sinfonico, melanconico e decadente, di più immediato impatto e scevro di stranezze di sorta, cosa che sarà gradita agli old-schooler del genere ma soprattutto ai detrattori delle bizzarre soluzioni compositive del talento svizzero. I Lacrimosa sono una band che fa cadere nel luogo comune di non lasciare indifferenti, o suscita amore profondo o rigetto, ma forse questo lavoro può conquistare diversi cuori. Liriche nuovamente in lingua teutonica tranne un paio di episodi in inglese ossia My last goodbye, un poetico e romantico arrivederci alla donna amata di un uomo di fronte alla morte, e The party is over, più malinconica e triste nell'emozione dell'abbandono. Tutto il semiconcept termina con Hohelied der Liebe il cui autore delle liriche è nientemeno che Paolo di Tarso!, nella sua celebre prima lettera ai Corinzi (1Co 13,12-13) di cui riporto il passo che è il momento conclusivo di questa song: "Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch'io sono conosciuto. Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità!".

La nuova emanazione del subcosciente di Tilo si apre con una solenne e conturbante suite, Sapphire: melanconia quint'essenziale di atmosfere avvinghianti ed orchestrazioni barocche, con passaggi sia acustici che devastanti nei riff e violenti nel drumming; la voce di Tilo è sempre curiosa ma altrettanto sempre ammaliante, e sa farsi anche aggressiva in occasione di escalation di un growl screameggiante all'interno di un vortice di death progressivo. E pensare c'è chi ritiene la band gothic rock più che metal! La furia si placa e tornano le armonie corali, il cantato di Tilo si fa basso e grave, riesplode il gothic sinfonico-metallico, ed a chiudere questi entusiasmanti 11 minuti ed oltre ci pensa il violino, lo stesso che aveva aperto il tutto. Con Kelch der Liebe l'atmosfera si fa più ritmata e gioviale, la linea vocale di Tilo è curiosa e ci arruffiana un refrain catchy non poco, il tutto esaltato da orchestrazioni ridondanti e sontuose. Da non trascurare il dire della presenza di un coro neoclassico ma anche di un guitar solo penetrante all'interno di un passaggio doom. Lichtgestalt è un'ascesa di intensità che poi esploderà in un gothic sinfonico imponente e dai riff massicci: oscurità e solarità si manifestano a turno, mai intrecciandosi. In Nachtschatten predomina l'orchestrazione in un saliscendi di calma ed euforia degli stati d'animo. My last goodbye finalmente ci fa gustare le emozioni che Anne Nurmi sa infondere da dietro il microfono: il suo cantato ha un goticissimo effetto polifonico sostenuto prima da synth poi da tastiere ed infine dagli strumenti classici: il finale di questi 8 minuti abbondanti è un toccante, appassionato, duetto tra Tilo ed Anne, e se non sono d'obbligo i brividi lungo la schiena quantomeno non può non scuotere. Con The party is over si è di fronte ad un episodio ahimè rivedibile, che non lascia purtroppo molto, a differenza della seguente Letzte Ausfahrt: Leben anch'essa non perfetta nella melodia ma toccante nella spirale emozionale creata da Anne e Tilo col supporto di violini e tastiere, coinvolgenti nella loro avvolgente misticità. Il finale è la lunghissima (quasi un quarto d'ora) Hohelied der Liebe, sognante, neoclassica, decisa, minimale, atmosferica, nostalgica. A chiudere una bonus di 5:30, tutta voce e piano.

Prolissità esasperata in questi 69 minuti, stanchezza compositiva, abuso di stilemi, fiacchezza del sound tamponata dalle orchestrazioni e tanto tanto altro ancora...tutto si può dire volendo di un'opera d'arte, tutto ed il contrario di tutto: nella diatriba umana fatta di vacue superbie incuranti di fronte al dato di fatto della inoggettività reale della valutazione di un'emozione, ma anche di un giudizio estetico definitivo, tutti nell'imporsi nel pretendere di interpretarla hanno ragione, ma tutti hanno anche torto. Francamente, di fronte all'impossibilità dunque di un apregiudiziale confronto, premessa la indiscutibile qualità esecutiva e di produzione del lavoro in questione, soggettivamente io mi rimetto le cuffie e torno a godermi questo bellissimo album.

Valerio Mei

VOTO

86

 

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