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Nona materializzazione estesa dall'iperuranio
artistico dell'eccentrico Tilo Wolff questo "Lichtgestalt", e Tilo
che nella creatura Lacrimosa, proiezione auditiva e visiva del suo io, è accompagnato ancora, come di
consueto, solamente ed esclusivamente dalla fida Anne Nurmi. Differenze di questo
disco rispetto ai predecessori? beh, l'espressione della sua
strabordante vena artistica non è
sconvolta ma in questa occasione diviene più ortodossa, volendo: "Lichtgestalt"
risulta così essere un gothic sinfonico, melanconico e decadente, di più
immediato impatto e scevro di stranezze di sorta, cosa che sarà gradita
agli old-schooler del genere ma soprattutto ai detrattori delle bizzarre
soluzioni compositive del talento svizzero. I Lacrimosa sono una
band che fa cadere nel luogo comune di non lasciare indifferenti, o
suscita amore profondo o rigetto, ma forse questo lavoro può conquistare diversi cuori. Liriche nuovamente in lingua teutonica tranne un
paio di episodi in inglese ossia My last goodbye, un poetico e
romantico arrivederci alla donna amata di un uomo di fronte alla morte,
e The party is over, più malinconica e triste
nell'emozione dell'abbandono. Tutto il semiconcept termina con
Hohelied der Liebe il cui autore delle liriche è nientemeno
che Paolo di Tarso!, nella sua celebre prima lettera ai Corinzi (1Co
13,12-13) di cui riporto il passo che è il momento conclusivo di questa song:
"Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo
a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò
perfettamente, come anch'io sono conosciuto. Queste dunque le tre cose
che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande
è la carità!".
La nuova emanazione del subcosciente di Tilo si
apre con una solenne e conturbante suite, Sapphire:
melanconia quint'essenziale di atmosfere avvinghianti ed orchestrazioni
barocche, con passaggi sia acustici che devastanti nei riff e violenti
nel drumming; la
voce di Tilo è sempre curiosa ma altrettanto sempre ammaliante, e sa farsi anche
aggressiva in occasione di escalation di un growl screameggiante
all'interno di un vortice di death progressivo. E pensare c'è
chi ritiene la band gothic rock più che metal! La furia si placa e
tornano le armonie corali, il cantato di Tilo si fa basso e grave,
riesplode il gothic sinfonico-metallico, ed a chiudere questi
entusiasmanti 11 minuti ed oltre ci pensa il violino, lo stesso che
aveva aperto il tutto. Con Kelch der Liebe l'atmosfera si
fa più ritmata e gioviale, la linea vocale di Tilo è curiosa e ci
arruffiana un refrain catchy non poco, il tutto esaltato da
orchestrazioni ridondanti e sontuose. Da non trascurare il dire della
presenza di un coro neoclassico ma anche di un guitar solo penetrante
all'interno di un passaggio doom. Lichtgestalt è un'ascesa
di intensità che poi esploderà in un gothic sinfonico imponente e dai
riff massicci: oscurità e solarità si manifestano a turno, mai
intrecciandosi. In Nachtschatten predomina
l'orchestrazione in un saliscendi di calma ed euforia degli stati
d'animo. My last goodbye finalmente ci fa gustare le
emozioni che Anne Nurmi sa infondere da dietro il microfono: il suo
cantato ha un goticissimo effetto polifonico sostenuto prima da synth
poi da tastiere ed infine dagli strumenti classici: il finale di questi
8 minuti abbondanti è un toccante, appassionato, duetto tra Tilo ed Anne,
e se non sono d'obbligo i brividi lungo la schiena quantomeno non può
non scuotere. Con The party is over si è di fronte ad un
episodio ahimè rivedibile, che non lascia purtroppo molto, a differenza
della seguente Letzte Ausfahrt: Leben anch'essa non
perfetta nella melodia ma toccante nella spirale emozionale creata da
Anne e Tilo col supporto di violini e tastiere, coinvolgenti nella loro
avvolgente misticità. Il finale è la lunghissima (quasi un quarto d'ora)
Hohelied der Liebe, sognante, neoclassica, decisa,
minimale, atmosferica, nostalgica. A chiudere una bonus di 5:30, tutta
voce e piano.
Prolissità esasperata in questi 69 minuti, stanchezza compositiva,
abuso di stilemi, fiacchezza del sound tamponata dalle orchestrazioni e
tanto tanto altro ancora...tutto si può dire volendo di un'opera d'arte,
tutto ed il contrario di tutto: nella diatriba umana fatta di vacue superbie
incuranti di fronte al dato di fatto della inoggettività reale della
valutazione di un'emozione, ma anche di un giudizio estetico definitivo,
tutti nell'imporsi nel pretendere di interpretarla hanno ragione, ma
tutti hanno anche torto. Francamente, di fronte all'impossibilità dunque
di un apregiudiziale confronto, premessa la indiscutibile qualità
esecutiva e di produzione del lavoro in questione, soggettivamente io mi
rimetto le cuffie e torno a godermi questo bellissimo album.
Valerio Mei
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