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Last Rites è la oneman-band del
polistrumentista americano Sean Bailey, e "Dark Night Of The Soul"
è il suo esordio discografico dopo la demo "Extreme Unction",
messa in download gratuito un anno prima; azzardata quindi l'idea di un
full-length distribuito in tutto il mondo, ma partiamo dal book; la
cover è semplicissima, e dando uno sguardo veloce ai testi e ai titoli
intuiamo che ci troviamo di fronte a una specie di concept (o comunque
un percorso tematico) che affronta vari aspetti del percorso cristiano,
parlando di preghiere, esorcismi e confessioni dei propri peccati, il
tutto in maniera molto diretta e semplice. Detto questo mettiamo il Cd
nello stereo. Va detto che fare il compositore polistrumentista non è
sicuramente semplice: prendiamo il caso di Ayreon, Neal Morse,
Avantasia che sfornano continuamente dischi riuscendo sempre a
soddisfare il pubblico con idee innovative e piacevoli, parliamo in
questo caso di geni sopra la media dei musicisti; anche il panorama
christian metal ci ha fornito di sorprese come i Theocracy di
Matt Smith, che comunque già al secondo lavoro ha completato la lineup
della band riuscendo a superarsi sotto molti aspetti.
L'americano Sean Bailey ha provato a dire la sua
presentandoci un disco dalle sonorità in prevalenza thrash, ma comunque
spazianti su vari elementi heavy, death arrivando a sottili richiami
prog-avantgarde, il che potrebbe non voler dire anche niente di
concreto, ma partiamo dalla drum machine programmata a mio avviso non
molto bene, i pattern non sono molto realistici a livello di partiture,
ed è un peccato vista l'efficienza dei suoni, persino il bilanciamento
non è ottimale, visto che il mal scritto charleston risalta troppo a
discapito di cassa e rullante; il basso e le chitarre sono a mio avviso
gli strumenti venuti meglio tirando le somme di tutto ciò che si ode nel
disco. La prima cosa che viene da dire è che molti pezzi sono troppo
lunghi, considerando episodi come Confession, Cross
not taken o End of days e The Exorcism
dove le durate medie passano dai 7 agli 8 minuti (8:50 nel caso
dell'ultima, la quale è divisa in cinque parti; "Possession", "The
Light", "Confrontation", "Cleansing" e "Peace"), ma non è di per sé un
difetto, purtroppo lo diventa in maniera spropositata quando c'è poco da
dire musicalmente, e questo ahimè è uno di quei casi; i pezzi
musicalmente non dicono quasi niente. Da una parte hanno poco tiro data
soprattutto la scarsa qualità della batteria, e dall'altra carenza di
idee melodiche, il cantato si potrebbe anche lontanamente salvare se non
consideriamo la ballad The pillar of the cloud dove nette
stonature girano il dito nella piaga di una carenza di timbro sui
melodici.
Se vogliamo cercare una mosca bianca nel lavoro la
troviamo in Song from a child, che non è altro che una
versione di basso dell'inno Amazing Grace semplice ma nel
suo piccolo riuscita; per il resto siamo ancora in alto mare, un mare
pieno di band che sfornano all'ordine del giorno dischi di ottima
qualità, sommergendo i prodotti mediocri, è la dura legge del mercato, e
pur apprezzando l'impegno di chi si prodiga per fare musica, non
possiamo che augurare alla mente di questo progetto di migliorare le
proprie capacità, prima di tutto trovando altri musicisti che amplino le
sue idee e le performance tecniche, poi migliorando i suoni e tirando
fuori prodotti che spacchino, e soprattutto trovando fonti di
ispirazione molto più concrete e definite, dato che in questo disco di
definito ci sono solo tanta confusione e immaturità musicale.
Francesco Romeggini
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