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I Laudamus sono un terzetto, inizialmente quintetto, svedese
assemblatosi nel lontano 1992 ma che ha prodotto la prima release
solo nel 1998 con l'Ep di quattro tracce "Ready Or Not". Un
paio di anni di attesa e finalmente vede la luce il dubut
full-length "Unlimited Love". Il disco di cui ci stiamo
occupando è invece il seguente "Lost In Vain", al momento il
loro ultimo parto. Sorprende un pò guardando le info del Cd la
notevole quantità e qualità degli ospiti che hanno collaborato al
lavoro: al microfono i Laudamus possono vantare i servigi di
Jeff Scott Soto (ex Yngwie Malmsteen) e del grande Rob Rock,
mentre alle lead guitar sorprende oltre alla presenza di Mattias IA
Eklundh, quella dello straordinario ex Megadeth e
Cacophony Marty Friedman. Un cast di tale levatura indurrebbe a
pensare di trovarsi al cospetto di un album a cinque stelle ma, pur
essendo il prodotto nel complesso gradevole, date le premesse le
aspettative vengono un pò tradite.
L'esordio di "Lost In Vain" è affidato proprio alla
title-track, heavy robusto e cadenzato con buone linee melodiche,
coretti tipici del genere, riffoni, un bell'assolo e qualche effetto
elettronico sul finale: il problema è che il sound e le soluzioni
armoniche ricordano incredibilmente i Rob Rock, il cui singer
e leader come dicevamo è presente qui come guest. Mother
evolution segue le stesse orme: di diverso sottolineiamo un
cantato grunge-oriented in apertura, un rallentamento con una
luminosa lead guitar che poi nell'accelerazione immediatamente
entrante si prodiga in un lungo tiratissimo solo. My heart's
on fire propone un heavy più ritmato ma sempre
standardizzato dall'ottimo lavoro chitarristico centrale, segnato
dalla presenza di un refrain. Percussioni violente sulle pelli
questa volta aprono la strada in In the final hour al
solito sound dei Laudamus: l'uso dei piccoli cori
nell'intreccio vocale è inappuntabile. Curiosa è Die,
con Rob Rock che impazza nei momenti iniziali decisamente tirati:
curiosa perchè di lì si genera un assolo country-oriented seguito da
una venticinquina di secondi di mera fusion!, sonorità che rimane
nel retroterra sonoro dell'heavy di chiusura.
In Free subito ci si impone un appassionato coro, i
tempi sono lenti, belli sono alcuni spunti anni '80. Una rullatina
dell'onesto Jonas Cederteg e poi si spinge sul serio in I am,
la possenza prende il sopravvento sulla velocità, un assolo genera
note strane prima di farsi più classico: la sua lunghezza
complessiva è spropositata nel contesto; bello però, uno dei
passaggi migliori dell'album. Lenta e cadenzata è Lay your
burdens down, l'irruenta voce è addolcita da polifonie;
Salvation è la traccia più aggressiva grazie alle diverse
influenze thrash. A chiudere un'apprezzabilissima ballad agrodolce,
Hear my prayer, dal superlativo lavoro di chitarre
acustiche ed elettriche; ottimo qui anche il vocalist e chitarrista
Peter Stenlund capace di dar vita ad un chorus fascinoso e alquanto
catchy.
"Every time I seek you, you turn and run away / Every time I miss
you, my heart is full of pain / Loving you is what I do, please try
to understand / I died so you could come whith me, to the Promised
Land". Il lavoro di lyrics è molto sentito, caldo e riflettuto. Il
disco si ascolta con molto piacere, scorre senza particolari acuti e
senza piedi in fallo, ma pecca in varietà ed originalità, delle
volte sembra proprio di avere nel lettore un Cd dei Rob Rock,
il che tende inevitabilmente a tenere a freno l'entusiasmo. Cosa
dobbiamo attenderci in futuro dai Laudamus? Probabilmente
ancora tanta compattezza e precisione, ma poca intenzione di
avventurarsi su sentieri nuovi ed inesplorati: il che non è
necessariamente un male.
Valerio Mei
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