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LAUDAMUS
Unlimited Love
 
 

 

LAUDAMUS
Lost In Vain
heavy
2003 - Escape Music
(Svezia)
www.laudamus.se

 

I Laudamus sono un terzetto, inizialmente quintetto, svedese assemblatosi nel lontano 1992 ma che ha prodotto la prima release solo nel 1998 con l'Ep di quattro tracce "Ready Or Not". Un paio di anni di attesa e finalmente vede la luce il dubut full-length "Unlimited Love". Il disco di cui ci stiamo occupando è invece il seguente "Lost In Vain", al momento il loro ultimo parto. Sorprende un pò guardando le info del Cd la notevole quantità e qualità degli ospiti che hanno collaborato al lavoro: al microfono i Laudamus possono vantare i servigi di Jeff Scott Soto (ex Yngwie Malmsteen) e del grande Rob Rock, mentre alle lead guitar sorprende oltre alla presenza di Mattias IA Eklundh, quella dello straordinario ex Megadeth e Cacophony Marty Friedman. Un cast di tale levatura indurrebbe a pensare di trovarsi al cospetto di un album a cinque stelle ma, pur essendo il prodotto nel complesso gradevole, date le premesse le aspettative vengono un pò tradite.

L'esordio di "Lost In Vain" è affidato proprio alla title-track, heavy robusto e cadenzato con buone linee melodiche, coretti tipici del genere, riffoni, un bell'assolo e qualche effetto elettronico sul finale: il problema è che il sound e le soluzioni armoniche ricordano incredibilmente i Rob Rock, il cui singer e leader come dicevamo è presente qui come guest. Mother evolution segue le stesse orme: di diverso sottolineiamo un cantato grunge-oriented in apertura, un rallentamento con una luminosa lead guitar che poi nell'accelerazione immediatamente entrante si prodiga in un lungo tiratissimo solo. My heart's on fire propone un heavy più ritmato ma sempre standardizzato dall'ottimo lavoro chitarristico centrale, segnato dalla presenza di un refrain. Percussioni violente sulle pelli questa volta aprono la strada in In the final hour al solito sound dei Laudamus: l'uso dei piccoli cori nell'intreccio vocale è inappuntabile. Curiosa è Die, con Rob Rock che impazza nei momenti iniziali decisamente tirati: curiosa perchè di lì si genera un assolo country-oriented seguito da una venticinquina di secondi di mera fusion!, sonorità che rimane nel retroterra sonoro dell'heavy di chiusura.

In Free subito ci si impone un appassionato coro, i tempi sono lenti, belli sono alcuni spunti anni '80. Una rullatina dell'onesto Jonas Cederteg e poi si spinge sul serio in I am, la possenza prende il sopravvento sulla velocità, un assolo genera note strane prima di farsi più classico: la sua lunghezza complessiva è spropositata nel contesto; bello però, uno dei passaggi migliori dell'album. Lenta e cadenzata è Lay your burdens down, l'irruenta voce è addolcita da polifonie; Salvation è la traccia più aggressiva grazie alle diverse influenze thrash. A chiudere un'apprezzabilissima ballad agrodolce, Hear my prayer, dal superlativo lavoro di chitarre acustiche ed elettriche; ottimo qui anche il vocalist e chitarrista Peter Stenlund capace di dar vita ad un chorus fascinoso e alquanto catchy.

"Every time I seek you, you turn and run away / Every time I miss you, my heart is full of pain / Loving you is what I do, please try to understand / I died so you could come whith me, to the Promised Land". Il lavoro di lyrics è molto sentito, caldo e riflettuto. Il disco si ascolta con molto piacere, scorre senza particolari acuti e senza piedi in fallo, ma pecca in varietà ed originalità, delle volte sembra proprio di avere nel lettore un Cd dei Rob Rock, il che tende inevitabilmente a tenere a freno l'entusiasmo. Cosa dobbiamo attenderci in futuro dai Laudamus? Probabilmente ancora tanta compattezza e precisione, ma poca intenzione di avventurarsi su sentieri nuovi ed inesplorati: il che non è necessariamente un male.

Valerio Mei

VOTO

78

 

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