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Prima l'Ep "Ready Or Not" e poi i
Laudamus, ensemble svedese attivo dai primi anni Novanta, piazzano
un album autoprodotto che, seppur distante ere geologiche dal
professionalissimo erede "Lost In Vain", oltre ad acerbe
ingenuità porta in seno interessanti spunti. Testi volti alla
predicazione della verità (come quella vertente sul dogma trinitario e
l'ipostasi dello Spirito: "I think He'd like to introduce himself / in
case you haven't heard / a personal God, almighty Trinity / it's written
in his Word. / If you think we are here by chance / Take a step outside
with me / Someone's signature's all over / the Creation, can't you see?")
e dell'amore (The love of Christ can reach your soul / Just let it flow,
listen I'm telling you), la cornice sonora che li contiene è fatta di un
heavy cadenzato scevro da assalti ritmici e strutture complesse,
abbastanza piatto dunque, o almeno fin quando improvvisamente si accende
in alcuni capitoli dell'opera evidentemente più sentiti.
L'operer è la title track, buona seppur grezza
(bridge sfuggente, assolo non armonizzato) composizione cadenzata e
tastierosa che fa perno su un un refrain catchy che prende davvero. In
Wasting no compassion a salvarsi è solo la novità delle
backing vocals, per il resto è poca cosa, al contrario di Feels
like heaven assai più carica di verve, in cui gli assoli sono ben
inseriti, il chorus si arricchisce di coralità eighties ed il singer si
prodiga anche in un bell'acuto dimostrando di avere potenziale di fuoco
nella propria faretra. Vivace nella tempistica ed happy nel groove è
Evidence, heavy robusto con le partiture solistiche
(trascinanti e chirurgiche) protagoniste per I'm on my way.
Ed è finalmente il momento della ballad, e More than I'll ever
know non delude, anzi entusiasma e tocca. In Slamdancer
la lead vocal acuta fraseggia con un coro, decisamente di gusto retrò
anni '80 è By His grace. A chiudere la cupa, stryperiana,
ruffiana ma anche sperimentale Holy Spirit e poi Living
God.
La partenza di "Unlimited Love" è molto
zoppicante, per non dire disastrosa, ma nel proseguo della track-list si
riprende ampiamente. Ciononostante è un disco d'esordio, autoprodotto ed
underground: è vero che da situazioni analoghe capita spuntino fuori
autentiche perle, ma questo non è il caso.
Vaake
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