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È il 1984, siamo ai primordi del white metal e gli svedesi
Leviticus - il cui monicker di certo poco cela la loro
cristianità - escono col secondo album dopo il full-length
d'esordio, "Jag Skall Segra". La proposta del gruppo, che di
qui in poi sfornerà altre tre fatiche, è ovviamente una
classicissima miscela di hard rock ed heavy metal, espressa in toni
piuttosto solari ed accomodanti nella loro pacatezza. I Leviticus
partoriranno lavori ben più importanti nel proseguo della loro
carriera e tale pronostico sarebbe risultato di non troppo remota
intuizione dall'ascolto di questo "I Shall Conquer", disco
ricco di sperimentazioni e varietà compositiva che però presenta
aspetti piuttosto acerbi ed a tratti ingenui: ma il talento è tutto
lì da sentire. La mancanza principale della loro musica qui si
manifesta senza troppi dubbi nella piattezza estensiva e nella
limitatezza tecnica della maschia voce di Håkan Andersson; lascia un
po' a desiderare anche la produzione ma almeno tanto quanto un uso
sovrabbondante delle distorsioni durante gli assoli che arriva
spesso ad infastidire. Ma il disco pur mai osando particolarmente
regala anche diversi bei momenti, soprattutto melodici ma anche
chitarristici, e nel complesso risulta senz'altro apprezzabile.
Le tracce originarie sono nove, a cui però sono state aggiunte tre
bonus finali prese dall'Ep di esordio "Sta Och Titta Pa"
datato 1982, tutte in svedese: la durata complessiva in questa
versione supera i 55 minuti. La luminosità spensierata e la ricerca
della melodia accattivante la notiamo subito nell'opener I
shall conquer che dà il titolo al disco: la voce è maschia
ed alcune intelaiature chitarristiche tendono al prog. Probabilmente
è già questa la migliore song. Segue la buona Let me fight
dove un effetto di polifonia duetta con la lead vocal e dove il
lungo assolo è elaborato. Per citare qualche altro episodio
particolare si può dire della quarta Doubt, canzone
completamente fusion-oriented ma anche con assolo hardrockeggiante e
la presenza di un timido refrain, e della quinta Action more
than words (quant'è vero...) di forte ispirazione prog rock
psichedelico in stile Rick Wakeman. Day by day
e Strive forwards, la settima e l'ottava song,
avanzano un stile sonoro più heavy, ed il timbro vocale di Andersson
si trova innegabilmente più a proprio agio. Rallentamenti ed
accelerazioni nella prima, refrain ruffiani in entrambe, rendono
l'ascolto di questo momento del Cd molto piacevole. Nella nona
Psalm 23 trova spazio la malinconia che viene stavolta
esaltata da un indovinatissimo nostalgico chorus: il primo assolo è
lunghissimo, il secondo dura almeno 2 minuti!, chiuso da un rintocco
di gong: meravigliosa.
Le canzoni più rovinate da soluzioni vocali mal eseguite e poco
legate al sound sono ad esempio la terza He's my life,
che presenta però un lunghissimo assolo e buone parti prog rock, e
la ballad soffusa All is calm che mai riesce a
catturare le emozioni. Le tre tracks finali in svedese, originarie
del citato Ep, presentano rispettivamente complessità compositiva,
sperimentazioni psichedeliche, e rimandi pinkfloydiani con
l'abbondante uso di synth. L'album è stato riedito nel 2001 dalla M8
in una limited di mille copie.
Vaake
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