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Unico greatest
hits per la storica band di Little Rock, uscito per Solid State nel 2005
a due anni dallo scioglimento della formazione con un titolo
commemorativo, che suona ad epitaffio e che si rivela quanto mai
inappropriato stante la felice notizia della reunion della band apparsa
sul loro sito ufficiale il 4 febbraio 2008. È abbastanza difficile
valutare compilation di questo tipo perché spesso rappresentano delle
uscite un po’ raffazzonate che hanno lo scopo di adempiere ad obblighi
contrattuali per completare il numero di album pattuiti e che le label
mettono insieme strizzando più l’occhio alle questioni di marketing che
interessandosi di rappresentare l’intera evoluzione dello stile della
band, esigenza quanto mai importante in questo frangente a causa
dell’ampia gamma stilistica mostrata dall’act del Kansas negli anni,
dovuta anche all’alta instabilità della line-up. Bisogna render subito
atto invece che in questo caso alla Solid State è stato fatto un ottimo
lavoro: sedici tracce per un’ora di metallo, tre inediti e due brani per
ognuno dei sei full length della band (escluso quindi il demo seminale
"Not Yelding To The Ungodly", edito nel 1989), più una self-cover
del ’98 di Enthroned, estratta da "Nonexistent"
del 1992. La tracklist è organizzata in ordine cronologico inverso,
presentando prima gli inediti e poi gli estratti dagli album più
recenti, andando a ritroso nella discografia. Si può dire a buon ragione
che la scelte fatte abbiano portato ad una scaletta che riesce
egregiamente a render merito di tutte le produzioni della band.
Proprio sugli
inediti è il caso di soffermarsi: l’apertura del disco è affidata a
In Christ e dalle sonorità metalcore si capisce subito che si
tratta di un brano che deve esser stato elaborato nella fase inaugurata
dall’uscita di "Reborn" in poi, ma il metalcore dei nostri è
tutt’altro che sdolcinato, le atmosfere sono cupe ed esaltate
dall’ottima produzione, con un double bass profondo e preciso, il tutto
sottolineato da un growl intenso ed espressivo. Suggestive le strofe
della successiva "The power of God", con voci stratificate in
scream, growl e sussurri, e totalmente inaspettato il mini stacco
centrale con una progressione d’accordi di chitarra acustica: anche qui
lo stile adottato rimane di stampo metalcore. Così come accade del resto
nell’ultimo inedito Killers, che però unisce abbondanti
dosi di swedish death nel riff del ritornello. Tre buone canzoni per
fortuna, invece di scarti messi tanto per aggiungere qualcosa che
spingesse all’acquisto. A questo punto è interessante analizzare la
riedizione dell’episodio death metal Enthroned ‘98,
caratterizzata rispetto all’originale da una produzione ben più pompata
e da un growl più efficace rispetto a quello del primo vocalist Darren "D.J."
Johnson, ma a parte per il cantato, devo ammettere che nel complesso
sembra funzionare meglio la versione del ’92, col suo suono più grezzo
che meglio s’addice al mood della canzone. Ora sarebbe pleonastico
soffermarsi su ogni singola traccia delle restanti, visto che sono state
ampiamente recensite in questa stessa webzine congiuntamente ai
rispettivi album e dato che di solito i greatest hits servono a far
conoscere ai neofiti la band mi limiterò ad un po’ di storia: così
Obstruction e Anorexia spiritual sono due
tracce di sano thrash pescate dal self-titled del '91 stampato per la
prima etichetta R.E.X. Records; Distorted e Haven of
blasphemy si spostano su terreni death e sono prese dal
successivo "Nonexistent" che come detto risale al '92; un
ulteriore indurimento del sound si ha poi con "Inhabit" del '94,
album di grind qui rappresentato degnamente da In the shadow
e Breathing murder; a questo punto fallita la R.E.X.
Records il debutto su Solid State con relativa svolta metalcore avviene
con "Reborn" del ’97, di cui qui troviamo Reborn empowered
e Reject; c’è poi un feeling meshugghiano in
Bloodwork e Local vengeance killing, così come nel
complesso del loro album "The Hammering Process" stampato
nel 2000; infine Symbiotic e Send your regrets
provengono dall’ultimo LP dei Living Sacrifice, "Conceived in
Fire", con cui arriviamo al 2002, disco d’impronta metalcore che si
riavvicina alla proposta di "Reborn".
Una release
ampiamente promossa, ma che paga la doverosa scelta di dare uguale
risalto a tutti gli album della band presentando un netto sbilanciamento
della scaletta verso terreni metalcore, quindi se siete old-schooler
convinti è meglio che vi orientiate direttamente sui vecchi dischi,
mentre se non disdegnate le sonorità core e volete conoscere questa band
storica, allora "In Memoriam" non vi deluderà.
Daniel Djouder |