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Album di addio al metal old-school fu
"Inhabit" per i Living Sacrifice. La band perse il singer e bassista D.J., che
aveva evidentemente decisivo peso nella scrittura delle canzoni, e
con il chitarrista Bruce Fitzhugh alla voce il successivo "Reborn"
segnò la svolta metalcore della band; la formazione cambiò
nuovamente fino a stabilizzarsi ai cinque membri di "The
Hammering Process" e "Conceived In Fire" del 2002,
a seguito del quale il combo si sciolse definitivamente. Tre ottimi dischi metalcore,
sì, ma il distacco dal "true metal" si sente eccome, e non solo, si
vede pure: come sempre accade
in questi casi infatti, il tagliare i ponti col passato si è
riflesso anche su look e grafica. Nel primo album omonimo, che data 1991, la band proponeva
un possente e schizzoide thrash che gli valse l’appellativo di Slayer
cristiani. Poi venne l’ancor migliore "Nonexistent" dove gli
statunitensi si diedero al death. Eccoci così ad "Inhabit"
(uscito nel 1994 per la R.E.X. e poi riedito con una nuova veste
grafica nel 1999 dalla Solid State), e lo ritengo il
miglior capitolo di questa prima tranche della discografia, nonostante un growl abbastanza mediocre e
piatto pur se filtrato, ma tuttavia il suo grind si ascolta che è
una goduria per potenza, velocità, esecuzione strumentale e varietà di songwriting.
Puro grindcore è l’attacco di In the shadow, velocissima, con assolo e parti più lente che lasciano
spazio al growling, tanto per far capire subito che al terzo album
si è già al terzo stile. Le tracce hanno spesso lo stesso tipo di
strutturazione – furibondo sparatissimo, partiture tecniche, assoli,
riff granitici – che però varia nell’ordine e mai risulta ripetitiva
anche grazie al fatto che spesso i Living Sacrifice apportano interessanti
varianti, come la squassante telluricità di Unseen, le oscure atmosfere di Inhabit, l’intro
industrial della spettacolare Breathing murder, la quale racchiude intrecci e tessiture ritmiche entusiasmanti
ma anche curiosi solos (lo sono spesso in verità qui). Mind distant a sorpresa si apre a vaghe note melodiche.
Darkened e Indwelling alternano tempi lenti a break tirati, mentre la finale
Departure dopo un asfissiante grind (che dà oltretutto definitiva
dimostrazione di grandi abilità tecniche e di arrangiamento, si
fa improvvisamente e inaspettatamente dark ambient con sinistro
riff che si interrompe solo al sopraggiungere di una devastante
mitragliata di doppia cassa. Il finale è di nuovo una buia distesa
nebbiosa. L'episodio masterpiece è però la
seconda song, Not beneath,
oltre 6:30 di tecnico death mid-tempo, buio e ridondante,
sovraccarico di lugubri riff, di distorsioni estreme e di double
bass
profondissima.
Buonissima produzione, una sezione ritmica clamorosa
ma anche straordinarie liriche: peccato davvero per quel
vizio di fondo, perché qui con un growling a
livello di tutto il
resto staremmo
parlando di un capolavoro senza mezzi termini. Comunque anche così
ci si può accontentare, direi!
Vaake |