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È questo il debut che valse all'allora giovanissimo act nordamericano
l'impegnativa etichetta di Slayer cristiani. In un violento thrash
metal quindi si prodigano i nostri, ma prepotenza sonora usata - a
differenza dell'altra celeberrima band, come pure per la gran parte degli esponenti del genere
- non
certo per veicolare ribellione e negatività, ma per esprimere energicamente tutta la loro fede, per dare intenso sfogo nel
manifestare tutto il loro profondo vivere cristiano. Ed è un album thrash
con tutti
i crismi e gli stilemi "Living Sacrifice", dai tempi della ritmica ai cambi di
intensità e di velocità, dagli incessanti assoli, fulminei e spesso folli, al
roco timbro vocale, ma anche alla tecnica del drumming. I Living
Sacrifice non
hanno inventato nulla, ma oltre ad eseguire decisamente bene
sono riusciti a dare compattezza al platter e comunque un'impronta
piuttosto personale al sound, il che rende il disco senz'altro
interessante. La produzione è piuttosto buona, magari sì, difetta un po'
in potenza dato che i riff che intendevano essere esplosivi
non riescono pienamente a realizzare l'intento, ma per il resto è pulita
e ben bilanciata; la voce di
D.J. si addice a
sonorità thrash, mentre sarà invece piuttosto mediocre quando la
band approderà in lande sonore più estreme, death in "Nonexistent" e grind in
"Inhabit", dopo il quale il combo sceglierà di
abbandonare l'old school per votarsi all'hardcore style col
devastante, ma molto meno tecnico e veloce, metalcore dei tre
posteriori platter.Cambi di velocità, buona tecnica
compositiva e la presenza di diversi assoli
caratterizzano la maggior parte delle tracce: dall'opener Violence a
Dealing with ignorance, che si fa notare per la continua presenza di
coretti che duettano col cantato roco del singer D.J., ma anche a
The prodigal, aperta da lente percussioni e feroci distorsioni
chitarristiche, e Second death, dove interessante è un passaggio
marcatamente buio. Ritmi più cadenzati, ricchi di distorsioni e riff esplosivi, li troviamo
nella seconda Internal unrest, dagli schizoidi solos, e nella
settima No grave concern, oltreché in Phargx imas,
la quale, introdotta da riff stoppati e da una semirullata, può vantare un bellissimo
rincorrersi di chitarre dei due axemen
Bruce Fitzhugh e
Jason Truby. Alcune tracce presentano momenti rilassati e pause
ritmiche che si alternano con furibonde accelerazioni scandite in
particolare dal lavoro dietro le pelli di Lance Garvin, quali la finale
Anorexia
spiritual e l'inizialmente dilatata e cupa, poi torrenziale Walls of separation.
La song più bizzarra è probabilmente Obstruction, quarta
track che con i suoi 5:30 è la composizione più
lunga della list, in cui l'inizio colpisce per le sue taglienti
e deliranti note chitarristiche che presto vengono soffocate dall'emergere di altre
clean, che a loro volta lasciano il passo al più classico thrash; il
tutto è chirurgico, e messo su con ottimo gusto compositivo.
Se volete dunque ripercorrere le
tappe primigenie della storia del christian thrash, o comunque se amate il metal
old-school grezzo, passionale e condito con pesanti dosi di sana
follia, allora questo, seppur acerbo, è un album che certamente non vi deluderà.
Vaake |