|
Metalcore. Ora, old-schooler, non fatevi inibire da
questa "nomina" (in senso occamiano) accostandovi a "The
Hammering Process"! Guardate la data, allora non
c'era quel preconfezionamento da ufficio marketing di label che
attualmente sovradomina questo genere: all'epoca erano ancora la rabbia
intestina e la trivialità atavica a farla da padroni. E non solo rabbia
e trivialità (ciò che declassa a "piatto" questo stile per un amante del
vero metal) nel caso dei Living Sacrifice, ma anche moltissima
tecnica strumentale e compositiva; del resto i primi tre capitoli della
loro discografia furono rispettivamente thrash, death e grind... La
conversione a questo nuovo sound dell'act da Little Rock era già
avvenuta col notevole "Reborn", ma in preparazione del nostro
Cd la line-up muta in modo radicale: il chitarrista Bruce Fitzhugh si era già
dato al microfono nel precedente Cd, rispetto al quale però
escono i fratelli Truby (basso e chitarra), sostituiti dal bravo axeman
Rocky Gray (che ha arrotondato la mensilità, e non poco!, come
batterista dei concittadini Evanescence di "Fallen") e da
Arthur Green, e in più - il colpo di genio, apparentemente insensato -
innestano un percussionista, Matthew Putman, accanto al già "diveltente"
Lance Garvin, unico reduce insieme a Fitzhugh dello schieramento
primigenio. L'accoppiata batteria-percussioni poteva risultare inutile o
persino perniciosa in quanto confusionaria, ma qui è arrangiata in
maniera esemplare, valorizzata ancor più da una produzione perfetta,
pulita ma affatto plasticosa: così "The Hammering Process",
come già adombra il titolo, accantona la consueta velocità del combo,
assumendo i connotati di uno stupefacente disco percussionistico,
ricolmo di maestose ondulazioni ritmiche - non veri e propri breakdown - di una cadenzata telluricità
che tira al muro tutto ciò che capiti vicino al suo epicentro,
inferocita per giunta dai viscerali ringhi di Fitzhugh. Non un growl,
non uno scream o un roco il suo registro vocale, è proprio un, non
troppo tecnico ma tramortente e mai tedioso, "ringhiato".
Chitarra con ridondanze cupissime in backing, e poi
dall'oscurità quasi industriale inizia a emergere tutta la letale danza
di cadenzati esplosivi e l'intreccio di drumming: così parte l'album,
con Flatline, composizione chiusa da un assolo, seguita
dall'imperiosa Bloodwork, dove gli squassanti saliscendi
ritmici sono cattedratici e magistrali, e dove fanno la loro comparsa,
all'interno di un complesso songwriting, tanto clean vocals in backing
(nulla a che vedere coi coretti emo, sia chiaro) che polifonie
abbaianti. Not my own nel suo sviluppo, che passa anche
attraverso puntate thrash, si sovraccarica di magmatica tensione, ma non
erutta. In Local vengeance killing troviamo ancora il
clamoroso drumming-work, ma pure distensione eterea, almeno prima della
mera devastazione e del sincopato detonante della pandemica sezione
chitarre, da cui si genera un funambolico solo thrash oriented. Siamo a
Altered life, e il lavoro percussionistico continua a
lasciare a bocca aperta: brano questo ampiamente aperto a coralità clean
che non disdegna cavalcate thrash ma neanche il minimale, il quale
ascende per poi esplodere nel chirurgico conglomerato strumentale,
sempre ringhiatissimo. Di Hand of the dead stupisce il
crollo ritmico verso fumose lande melodiche, proprio all'apice del
pathos e della violenza: è il preludio alla perla del disco, la
meravigliosa Burn the end track che si può immaginare
idealmente composta tanto in piena Rift Valley che nell'Agorà ateniese
per come riesce ad amalgamare in modo sapiente trivialità marasmatica e
clean evocativi, oscure progressioni opethiane e minimalità dark; orfico
è l'assolo, cataclismatica la potenza ritmica. Masterpiece assoluto
questo brano, cui fa seguito però la dubbia - in quanto poco compatta e
unidirezionale - Hidden (prima mitragliante poi plumbea,
poi ancora solare ed infine rabbiosa); per suo tramite approdiamo alla
groove fascinosa quanto ruffiana, ma solo musicalmente, Perfect
(I choose a perfect way / In everything I believe and see that confirms
the love / Can I receive this gift, never ceasing / This hope that lies
within, let it take hold). Per il commiato si presta sull'acceleratore:
Conditional in ricordo dei tempi che furono attacca death,
e nonostante torni presto catartico core, non disdegna break thrash
solistici.
Un "processo martellante" che si scaglia tanto
contro l'assurdità di un nichilismo quanto quella di una autoesaltazione
dell'io rinneganti la Verità (All distortions of hate, distortions of
God / Dissect, massacre, dissipate / False hope in man / False faith in
myself / False life adorned in destruction / Failed life in death once
ripped me open); questo è un disco semplicemente meraviglioso, e chi
segue con costanza le recensioni del sito sa che non è certo il
metalcore il genere che prediligo... Album a mio avviso imprescindibile,
e sto faticando non poco a trattenermi la parola "capolavoro".
Vaake
|