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Ad ormai otto anni di
distanza dal loro ultimo full-length, i Living Sacrifice tornano
sulla scena con "The Infinite Order". I Living Sacrifice
sono uno di quei gruppi leggendari che ogni fan di musica white deve
conoscere; anche se non piace il genere (o i generi, dato che nel
passato i nostri si sono specializzati in diversi) solo il monicker deve
essere sufficiente per far accendere una lampadina nel retrocervello di
qualsiasi white metallaro (un po’ come Stryper, Narnia,
Petra, ecc...).
Prima di andare in pausa, i nostri ci hanno lasciato con "Conceived
In Fire", nel 2002, che fu un buon disco, mai grande però quanto il
loro capolavoro "The Hammering Process", ma pur sempre un buon
disco. "The Infinite Order" riprende quasi esattamente dove
l’ultimo ci ha lasciati: il sound è quasi lo stesso, meno sporco a causa
di una produzione più pulita, e purtroppo però era proprio quel sound
sporco e graffiante che rendeva i predecessori due ottimi lavori. Al di
là di questa piccola pecca, musicalmente il disco ci ricorda che abbiamo
a che fare con professionisti del genere: un ottimo mix di metalcore e
thrash, contenente i breakdown tipici del metalcore e i ritmi frenetici
di puro headbanging del thrash. Anche le vocals fanno la loro parte:
mentre nei dischi precedenti le vocals risultavano come la parte di
minor interesse, in questo sono quasi in primo piano, grazie anche
all’aiuto di alcuni guest, tra i quali David Bunton (The Showdown)
e Joe Musten (Beloved).
Quanto ai pezzi, ad un primo ascolto solo un paio saltano subito
all’orecchio (è un lavoro che deve essere ascoltato parecchie volte per
essere apprezzato), e sono la furiosa opener Overkill exposure
(che leggermente strizza l’occhio al loro passato nella musica estrema)
e Nietzsche’s madness, che col suo assolo di percussioni
rimane la più particolare del platter. Interessanti anche The
training, la traccia più metalcore nell’album, con anche lievi
vocals in clean, e soprattutto la closer Apostasy.
Quest’ultima brilla in confronto alla massa, partendo con un bellissimo
intro di musica classica e rilassante (è l’unico momento di riposo nel
platter), per poi trasformarsi nel tipico pezzo thrashcore dei nostri.
Davvero un brano ottimo per chiudere il platter. Purtroppo però, pur
essendo un grande album per l’headbanging selvaggio, non è musicalmente
nulla di originale. I Living Sacrifice non hanno deluso, ma non
hanno portato niente di nuovo alla tavola. All’inizio mi aspettavo
addirittura un cambio di marcia su luoghi più estremi, come in passato,
purtroppo così non è stato. Per ora mi accontento di questo disco, e
aspetterò con ansia cosa avranno da proporci i nostri in futuro,
sperando in qualcosa di più originale.
Christopher Warman
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