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LO-RUHAMAH
The Glory Of God
 
 

 

LO-RUHAMAH
Lo-Ruhamah   (Ep)
death
2005 - Bombworks Records
(USA)
www.myspace.com/loruhamahofficial

 

L'abito non fa il monaco. Costretto a rispolverare uno dei più abusati luoghi comuni di sempre per tentare di tamponare le falle aperte in questo album da una front cover di imbarazzante bruttezza in ambito metal. Lo sconforto aumenta andando a vedere il resto dell'artwork di questa release, professionale e fascinoso nella sua evidente gothic-attitude... perchè dunque?! Il Cd si presenta quindi in alcun modo bene, non emana visivamente alcun fascino, ma fortunatamente quel famoso aforisma ha la saggezza di uno che la sapeva veramente lunga, ed infatti andando a verificare l'effettivo contenuto emerge la sorpresa. Uscito per l'irrefrenabile Bombworks Records, questo Ep di circa 22 minuti segna il debutto assoluto per il terzetto del Missouri e colpisce sin dal primo impatto per la notevolissima produzione che può vantare. La cristianità della band non è certo celata nelle elucubrate e fascinose liriche (Father, scripts are burning still with words divine. / The absence of Your comfort will leave me supine. / Yeshua, how I yearn for sight / to glimpse into Your eyes. / Still, there is not reply. / Silent, vast, and lifeless. / Dry is my tongue, and vain are my laments. / For neither solace nor grace will come of this petition. / Only the silence speaks to me wisdom. / The Voiceless brings my callous heart to rest). Musicalmente parlando invece i Lo-Ruhamah sono difficilmente intellegibili date le tante influenze che ispirano la loro proposta estrema: death brutale ed intrecciato, black tastieristico, vaghe reminiscenze hardcore tipiche della terra natia e chiarissimi echi opethiani rendono molto interessante l'Ep, anche se è proprio la poco sviluppata unidirezionalità ad essere un punto di debolezza dal lavoro, oltre allo screaming strozzato (in stile "The Painter's Palette" dei nostrani Ephel Duath, per intenderci) anziché acuto del pur volenteroso anche bassista J. Grant Griffin.

L'open track è Burden of reason: basso e pianoforte esprimono sospirante inquietudine, ben presto sommersa da una violenta irruzione black con scream e growl che si fa poi più ritmato che furioso, fino al giungere improvviso di un delicatissimo prog clean di chiara matrice Opeth; black convulso prima e death dal melodico riff poi fanno da antipasto al clou della song, un esaltante stacco di black melodico con tastiera protagonista. Il finale sarà luminoso pur nel caos distorto delle chitarre. Si presenta ancora pulito-opethiana la seguente The birthright of Cain che poi si farà bastonato death progressivo dallo screaming viscerale, lento e poderoso dal convincente guttural growl, nonché anche un ritorno del pulito strumentale, dolce quanto sinistro; il finale è a sorpresa, inatteso angosciato doom. In mourning's arms è un lentissimo sognante riff di un minuto e mezzo, bel prologo al masterpiece del disco, He awoke and came to me while I was sitting shiva, dove il death impera furioso e notevolmente strutturato, gran dimostrazione di capacità compositiva e strumentale per i nostri. C'è anche spazio per la progressione "estrema" e per pause ritmiche che implementano il pathos sfociando in un coro clean che tutto mutua dalla celeberrima citata band svedese. Il sound finale è poderoso ma al contempo tecnico nell'intreccio della chitarra di Matthew Mustain e del drumming da applausi per tecnica, varietà e potenza di Harry Pearson - qui anche pianista; c'è una melodia di chitarra prima di tornare a violentare definitivamente timpani e strumenti.

I talenti per far davvero bene sono tutti lì pronti ad essere utilizzati, con la necessaria saggezza: se i Lo-Ruhamah sapranno farla propria il neonato combo potrebbe scrivere in futuro non solo righe o paragrafi ma anche interi capitoli di storia musicale nell'ambito, tanto per cominciare, della scena white estrema. E poi chissà.

Vaake

VOTO

84

 

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