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L'abito non fa il monaco. Costretto a rispolverare
uno dei più abusati luoghi comuni di sempre per tentare di tamponare le
falle aperte in questo album da una front cover di imbarazzante bruttezza in
ambito metal. Lo sconforto aumenta andando a vedere il resto dell'artwork
di questa release, professionale e fascinoso nella sua evidente
gothic-attitude... perchè dunque?! Il Cd si presenta quindi in alcun
modo bene, non emana visivamente alcun fascino, ma fortunatamente
quel famoso aforisma ha la saggezza di uno che la sapeva veramente
lunga, ed infatti andando a verificare l'effettivo contenuto emerge
la sorpresa.
Uscito per l'irrefrenabile Bombworks Records, questo Ep di circa 22
minuti segna il debutto assoluto per il terzetto del Missouri e
colpisce sin dal primo impatto per la notevolissima produzione che
può vantare. La cristianità della band non è certo celata nelle
elucubrate e fascinose liriche (Father, scripts are burning still
with words divine. / The absence of Your comfort will leave me
supine. / Yeshua, how I yearn for sight / to glimpse into Your eyes.
/ Still, there is not reply. / Silent, vast, and lifeless. / Dry is
my tongue, and vain are my laments. / For neither solace nor grace
will come of this petition. / Only the silence speaks to me wisdom.
/ The Voiceless brings my callous heart to rest). Musicalmente
parlando invece i Lo-Ruhamah sono difficilmente intellegibili
date le tante influenze che ispirano la loro proposta estrema: death
brutale ed intrecciato, black tastieristico, vaghe reminiscenze
hardcore tipiche della terra natia e chiarissimi echi opethiani
rendono molto interessante l'Ep, anche se è proprio la poco
sviluppata unidirezionalità ad essere un punto di debolezza dal
lavoro, oltre allo screaming strozzato (in stile "The Painter's
Palette" dei nostrani Ephel Duath, per intenderci) anziché
acuto del pur volenteroso anche bassista J. Grant Griffin.
L'open track è Burden of reason: basso e
pianoforte esprimono sospirante inquietudine, ben presto sommersa da
una violenta irruzione black con scream e growl che si fa poi più
ritmato che furioso, fino al giungere improvviso di un delicatissimo
prog clean di chiara matrice Opeth; black convulso prima e death dal
melodico riff poi fanno da antipasto al clou della song, un
esaltante stacco di black melodico con tastiera protagonista. Il
finale sarà luminoso pur nel caos distorto delle chitarre. Si
presenta ancora pulito-opethiana la seguente The birthright of
Cain che poi si farà bastonato death progressivo dallo
screaming viscerale, lento e poderoso dal convincente guttural growl, nonché anche un ritorno del pulito strumentale, dolce
quanto sinistro; il
finale è a sorpresa, inatteso angosciato doom. In mourning's
arms è un lentissimo sognante riff di un minuto e mezzo, bel
prologo al masterpiece del disco, He awoke and came to me
while I was sitting shiva, dove il death impera furioso e
notevolmente strutturato, gran dimostrazione di capacità compositiva
e strumentale per i nostri. C'è anche spazio per la progressione
"estrema" e per pause ritmiche che implementano il pathos sfociando
in un coro clean che tutto mutua dalla celeberrima citata band
svedese. Il sound finale è poderoso ma al contempo tecnico
nell'intreccio della chitarra di Matthew Mustain e del drumming da
applausi per tecnica, varietà e potenza di Harry Pearson - qui anche
pianista; c'è una melodia di chitarra prima di tornare a violentare
definitivamente timpani e strumenti.
I talenti per far davvero bene sono tutti lì pronti ad essere
utilizzati, con la necessaria saggezza: se i Lo-Ruhamah
sapranno farla propria il neonato combo potrebbe scrivere in futuro
non solo righe o paragrafi ma anche interi capitoli di storia
musicale nell'ambito, tanto per cominciare, della scena white
estrema. E poi chissà.
Vaake
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