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LO-RUHAMAH
Lo-Ruhamah
 
 

 

LO-RUHAMAH
The Glory Of God
extreme
2007 - Bombworks Records
(USA)
www.myspace.com/loruhamahofficial

 

Lo-Ruhamah è la prima figlia del profeta Hosea e della moglie Gomer nel libro di Hosea, il suo significato è "non-commiserato", ed è scelto dal Signore come segno disapprovazione per gli israeliti che veneravano gli dèi pagani. Con un monicker così impegnato il terzetto del Missouri non poteva che coltivare una musica impegnata e ricca di sfaccettature, dando vita ad un disco che racchiude grande ispirazione, ma di non facile ascolto, basta dare un’occhiata alla tracklist per accorgersene, sette tracce per una durata complessiva di poco più di un’ora con quattro tracce che superano i dieci minuti. La miscela musicale sfugge molto alle classificazioni, si tratta di un impasto fra black e death con influenze che vanno dal gotico al post rock con uno spruzzo di psichedelia per arrivare in certi passaggi al viking ed al folk; i nostri si muovono su terreni impervi fra growl bestiali, scream urticanti, pianoforti, sfuriate black, arpeggi sognanti, batterie inquiete, un basso spesso in primo piano e clean vocals allucinate. Com’è comprensibile si può dare solo un’impressione molto generale delle canzoni, talmente complessa è la loro costruzione e più di qualche ascolto è necessario per apprezzarle in pieno.

L’opener strumentale The cloud of my soul è anche la traccia più breve del platter, incede veloce e monotona con uno stile old-black e con un ipnotico effetto di half-time-feeling della batteria. La voce debutta in As we walk sputando un growl assassino che si contenda la scena con uno scream rauco, un’accelerazione clamorosa, una melodia sull’altra e la lenta conclusione sui malinconici fraseggi di basso. Rose & ivory ci regala i primi riff folkeggianti, con un basso sempre in mostra, una cavalcata che trova riposo in un passaggio con clean vocals e campionamenti di un disco gracchiante,  poi lunghi arpeggi che riesplodono in incubi metallici per poi ripiegarsi di nuovo su se stessi. Un delicato arpeggio di basso ci trasporta in Shear-Jasub ed un cantato clean trasognante, da lì in poi è un inseguimento senza sosta né pace fra momenti death, black e gotici. Torrents si apre e si chiude fra arpeggi di chitarre acustiche, nel mezzo, come suggerisce il titolo, torrenti in piena di emozioni, nulla di cui si possa dare un’idea senza ascoltare la canzone. What lines reveal esordisce con quasi due minuti e mezzo di pianoforte d’ispirazione novecentesca, prima che la recrudescente furia dei distorsori venga liberata per distendersi in un duetto fra acustica e pianoforte che lascia spazio a visoni di assoli elettrici psichedelici, ricacciati indietro dal minimalismo di arpeggi e vocalizzi decadenti, questo finché la doppia cassa non lancia la sua ultima bordata. Forti influssi power ed intrecci vocali fra scream e clean vocals sono la spina dorsale di Regret not this love, che ci dà un ultimo assaggio di chitarre acustiche ed un sussulto black prima di sfumare nella conclusione di campionamenti ululanti.

Una menzione di riguardo meritano le liriche: "I pray my silent cries are heard / That He will come and lift me from my plight / The glory of God is found in pain / For it is the means by which / He draws us near / Unless we see ego behind His movements". Un gran disco, inutile esprimersi in complicate ridondanti lodi, peccato che release di questo calibro rimangano sconosciute se non ai più audaci ascoltatori del metallo.

Daniel Djouder

VOTO

90

 

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