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Lo-Ruhamah è la prima figlia del profeta Hosea e della
moglie Gomer nel libro di Hosea, il suo significato è "non-commiserato",
ed è scelto dal Signore come segno disapprovazione per gli israeliti che
veneravano gli dèi pagani. Con un monicker così impegnato il terzetto
del Missouri non poteva che coltivare una musica impegnata e ricca di
sfaccettature, dando vita ad un disco che racchiude grande ispirazione,
ma di non facile ascolto, basta dare un’occhiata alla tracklist per
accorgersene, sette tracce per una durata complessiva di poco più di
un’ora con quattro tracce che superano i dieci minuti. La miscela
musicale sfugge molto alle classificazioni, si tratta di un impasto fra
black e death con influenze che vanno dal gotico al post rock con uno
spruzzo di psichedelia per arrivare in certi passaggi al viking ed al
folk; i nostri si muovono su terreni impervi fra growl bestiali, scream
urticanti, pianoforti, sfuriate black, arpeggi sognanti, batterie
inquiete, un basso spesso in primo piano e clean vocals allucinate.
Com’è comprensibile si può dare solo un’impressione molto generale
delle canzoni, talmente complessa è la loro costruzione e più di qualche
ascolto è necessario per apprezzarle in pieno.
L’opener strumentale The cloud of my soul è
anche la traccia più breve del platter, incede veloce e monotona con uno
stile old-black e con un ipnotico effetto di half-time-feeling della
batteria. La voce debutta in As we walk sputando un growl
assassino che si contenda la scena con uno scream rauco,
un’accelerazione clamorosa, una melodia sull’altra e la lenta
conclusione sui malinconici fraseggi di basso. Rose & ivory
ci regala i primi riff folkeggianti, con un basso sempre in mostra, una
cavalcata che trova riposo in un passaggio con clean vocals e
campionamenti di un disco gracchiante, poi lunghi arpeggi che
riesplodono in incubi metallici per poi ripiegarsi di nuovo su se
stessi. Un delicato arpeggio di basso ci trasporta in Shear-Jasub
ed un cantato clean trasognante, da lì in poi è un inseguimento senza
sosta né pace fra momenti death, black e gotici. Torrents
si apre e si chiude fra arpeggi di chitarre acustiche, nel mezzo, come
suggerisce il titolo, torrenti in piena di emozioni, nulla di cui si
possa dare un’idea senza ascoltare la canzone. What lines reveal
esordisce con quasi due minuti e mezzo di pianoforte
d’ispirazione novecentesca, prima che la recrudescente furia dei
distorsori venga liberata per distendersi in un duetto fra acustica e
pianoforte che lascia spazio a visoni di assoli elettrici psichedelici,
ricacciati indietro dal minimalismo di arpeggi e vocalizzi decadenti,
questo finché la doppia cassa non lancia la sua ultima bordata. Forti
influssi power ed intrecci vocali fra scream e clean vocals sono la spina
dorsale di Regret not this love, che ci dà un ultimo assaggio
di chitarre acustiche ed un sussulto black prima di sfumare nella
conclusione di campionamenti ululanti.
Una
menzione di riguardo meritano le liriche:
"I pray
my silent cries are heard / That He will come and lift me from my plight
/ The glory of God is found in pain / For it is the means by which / He
draws us near / Unless we see ego behind His movements".
Un gran disco, inutile esprimersi in complicate
ridondanti lodi, peccato che release di questo calibro rimangano
sconosciute se non ai più audaci ascoltatori del metallo.
Daniel Djouder |