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I Lycia
sono ormai una pietra miliare per gli appassionati del dark ambient,
questo sicuramente grazie ad una enorme e sfaccettata ispirazione che ha
consentito loro di produrre album che, pur avendo sempre un sound ben
riconoscibile, presentano atmosfere molto diverse tra loro, da quelle
più prettamente dark, oscure e opprimenti, a quelle più luminose e
serene.
Con l’album "A Day In The Stark Corner" ci
troviamo a metà strada tra le due, in quanto l’aura di ogni brano si
divide tra la cupezza delle ambientazioni dark ed una luminosità, o
meglio ricerca di qualcosa di luminoso, che sboccerà completamente con
gli album successivi. Le strutture delle canzoni si basano su melodie
semplici ed efficaci che si ripetono allungandosi e completandosi ogni
volta. Ciò che rende prezioso il sound è a mio parere la voce sospirata
e ricca di riverbero ed i repentini cambi di tonalità tra una canzone e
l’altra. L’attenzione dell’ascoltatore in tal modo non cala mai, in
quanto si ritrova ad ammirare un paesaggio molto vario ed ogni volta
evocativo in un suo particolare modo.
L’album inizia con la traccia And through
the smoke and nails, che simile ad una lenta marcia ci introduce
nel pieno del sound evocativo ed etereo grazie alla ritmica cadenzata e
alla voce sospirata e recitata. Con Pygmallion le melodie
si fanno subito più dolci e sembra di essere trasportati improvvisamente
verso l’alto dai massicci tappeti di tastiera che sorreggono tutta la
struttura della canzone e danno un sapore quasi epico al pezzo. Il brano
successivo, The body electric, sembra riportare
l’ascoltatore verso le angosce terrene ed esistenziali, in un gioco di
melodie e suoni dissonanti che si intrecciano fino ad arrivare al climax
dell’ultima strofa e al finale fatto di desolanti eco, in totale
contrasto con il pezzo seguente, Wide open space:
quest’ultimo è sicuramente il più etereo dell’album, parte con una
delicatissima composizione di tastiera che sembra la perfetta
descrizione di un orizzonte lontano e impalpabile. La solitudine mi
sembra il sentimento predominante in The morning breaks so cold
and grey, la trasposizione in musica di un’alba fredda, che
inondando improvvisamente tutto di luce ci fa sentire “ancora vivi” e ci
costringe a vivere ancora una volta. Le successive due tracce, The
remnants and the ruins e Goddess of the green fields
rendono il sound del Cd più misterioso, oscuro e sognante, per poi
tornare alla condizione di profonda solitudine introspettiva con
Everything is cold. Sorrow is her name mi ha
colpita più per il suo testo dark e romantico, diverso da tutti gli
altri, che per le melodie; ripetendo all’infinito "sorrow is her name,
and she’s mine", sembra inseguire qualcosa che in realtà non è più suo.
La conclusiva Daphne inizia con un
dolcissimo riff di chitarra dalla straziante malinconia, che lascia poi
spazio alla voce sospirata che sommerge la melodia in un mondo fatto di
antichi ricordi. La voce e la chitarra continuano a cercarsi, sfuggirsi
e rispondersi in un suadente richiamo per tutta la dolcissima nostalgia
e i ricordi celati in qualche angolo dei giorni che passano, riuscendo a
parlare della parte più vera e incontaminata dell’animo umano in maniera
delicata e appassionata allo stesso tempo. Un capolavoro.
Francesca Pezza
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