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LYCIA
A Day In The Stark Corner
darkwave
1993 - Projekt
(USA)
www.myspace.com/lycia

 

I Lycia sono ormai una pietra miliare per gli appassionati del dark ambient, questo sicuramente grazie ad una enorme e sfaccettata ispirazione che ha consentito loro di produrre album che, pur avendo sempre un sound ben riconoscibile, presentano atmosfere molto diverse tra loro, da quelle più prettamente dark, oscure e opprimenti, a quelle più luminose e serene. Con l’album "A Day In The Stark Corner" ci troviamo a metà strada tra le due, in quanto l’aura di ogni brano si divide tra la cupezza delle ambientazioni dark ed una luminosità, o meglio ricerca di qualcosa di luminoso, che sboccerà completamente con gli album successivi. Le strutture delle canzoni si basano su melodie semplici ed efficaci che si ripetono allungandosi e completandosi ogni volta. Ciò che rende prezioso il sound è a mio parere la voce sospirata e ricca di riverbero ed i repentini cambi di tonalità tra una canzone e l’altra. L’attenzione dell’ascoltatore in tal modo non cala mai, in quanto si ritrova ad ammirare un paesaggio molto vario ed ogni volta evocativo in un suo particolare modo.

L’album inizia con la traccia And through the smoke and nails, che simile ad una lenta marcia ci introduce nel pieno del sound evocativo ed etereo grazie alla ritmica cadenzata e alla voce sospirata e recitata. Con Pygmallion le melodie si fanno subito più dolci e sembra di essere trasportati improvvisamente verso l’alto dai massicci tappeti di tastiera che sorreggono tutta la struttura della canzone e danno un sapore quasi epico al pezzo. Il brano successivo, The body electric, sembra riportare l’ascoltatore verso le angosce terrene ed esistenziali, in un gioco di melodie e suoni dissonanti che si intrecciano fino ad arrivare al climax dell’ultima strofa e al finale fatto di desolanti eco, in totale contrasto con il pezzo seguente, Wide open space: quest’ultimo è sicuramente il più etereo dell’album, parte con una delicatissima composizione di tastiera che sembra la perfetta descrizione di un orizzonte lontano e impalpabile. La solitudine mi sembra il sentimento predominante in The morning breaks so cold and grey, la trasposizione in musica di un’alba fredda, che inondando improvvisamente tutto di luce ci fa sentire “ancora vivi” e ci costringe a vivere ancora una volta. Le successive due tracce, The remnants and the ruins e Goddess of the green fields rendono il sound del Cd più misterioso, oscuro e sognante, per poi tornare alla condizione di profonda solitudine introspettiva con Everything is cold. Sorrow is her name mi ha colpita più per il suo testo dark e romantico, diverso da tutti gli altri, che per le melodie; ripetendo all’infinito "sorrow is her name, and she’s mine", sembra inseguire qualcosa che in realtà non è più suo.

La conclusiva Daphne inizia con un dolcissimo riff di chitarra dalla straziante malinconia, che lascia poi spazio alla voce sospirata che sommerge la melodia in un mondo fatto di antichi ricordi. La voce e la chitarra continuano a cercarsi, sfuggirsi e rispondersi in un suadente richiamo per tutta la dolcissima nostalgia e i ricordi celati in qualche angolo dei giorni che passano, riuscendo a parlare della parte più vera e incontaminata dell’animo umano in maniera delicata e appassionata allo stesso tempo. Un capolavoro.

Francesca Pezza

VOTO

80

 

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