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Siamo al terzo capitolo della vita artistica della prog band
statunitense, in realtà piuttosto conosciuta nel mercato metal
mondiale in virtù della firma con la potente InsideOut, label dedita
alla diffusione del progressive metal. Il quintetto è capitanato
dalla calda voce di Corey Brown, ma soprattutto dalla virtuosa sei
corde di Rob Johnson, il mastermind dei Magnitude 9. "Decoding
The Soul" potrebbe apparire un concept ad una rapida scorsa, ma
non lo è propriamente: i nostri basano i testi su una futuristica
fantascienza dove il progresso scientifico, partendo dalla conquista
dello studio del Dna, si è talmente evoluto che il passo successivo
è ora quello di potersi decodificare l'anima, per meglio capire gli
uomini, per meglio capire se stessi. Nel far ciò, in queste song
comunque liricamente senza un filo conduttore ben definito,
molteplici sono i riferimenti a Dio ed alla fede, riferimenti che
diventano esplicitissimi nei thanks finali da parte di quasi tutti i
membri del gruppo.
Musicalmente la band è senz'altro molto preparata e di alto livello,
ma "Decoding The Soul" pur essendo un buon disco non è il
loro parto migliore; il grande difetto emerge evidente, ossia la
fumosa varietà del songwriting, incredibilmente ripetitivo per
artisti di questo calibro. Beninteso, quello che si ripete è ottimo
sound, le dieci tracce di questi 46 minuti risultano così tutte di
alto livello, ma francamente possono stancare neanche troppo alla
lunga, proprio perchè la varietà compositiva è limitata.
Generalmente dunque il riffing è corposo, spesso fosco, la tecnica
di Rob Johnson ineccepibile anche se non troppo elucubrata in
direzione della fantasia, Brown anch'egli poco vario nelle linee
vocali comunque riesce a più riprese ad emozionare: a pervadere lo
sviluppo dell'album è però la melodia, a più riprese in forma
polifonica, incessantemente protagonista.
Date queste premesse un'analisi traccia per traccia risulterebbe
monotona e poco utile, vediamo così di focalizzare l'attenzione
sugli aspetti più particolari che si trovano sparsi nella
track-list. Un bel synth, riff martellanti ed un tecnicissimo guitar
solo caratterizzano l'opener New dimension. Il singer
enfatizza la sua prestazione in Facing the unknown,
chiusa da riff poderosi subito seguiti da un break prog. To
find a reason si propone cupa con sintetizzatore e grida, ma
anche aggressiva a fasi; bello è un fraseggio centrale tra polifonia
e lead vocal. La sesta Dead in their tracks a sorpresa
presenta una cavalcata power!, dalla melodia cadenzata centrale
parte poi un acuto seguito da un grand'assolo. In Changes
l'inizio è da ballad ma poi irrompe prog con un bel chorus catchy,
per quella che è la canzone più intensa del Cd. Torn è
simile e ricca di pathos con l'uso del synth, mentre Thirty
days of night è segnata da un dualismo di riff aggressivi e
melodie vocali. Avvolgenti e riecheggianti note e voci fuoriescono
dalla finale Sands of time, che conclude
appassionatamente prog.
Chi ama il prog non può perdersi questa band, magari iniziando però
dai primi due album: arrivando di lì a questo si può o apprezzare
una certa evoluzione in senso melodico, oppure preferire di gran
lunga i forse più ispirati predecessori.
Vaake
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