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Secondo album della progressive/power metal band dell'Ohio.
Le loro maggiori influenze compositive (a detta di loro stessi sulla
pagina web ufficiale) sono i Symphony X, i Fates Warning e
il caro vecchio Yngwie Malmsteen. A me hanno inoltre ricordato
qualcosa dei Queensryche.
La prima traccia
No turning back ci mostra il lato power della band
soprattutto nei testi, che parlano di battaglie, spade e cavalieri.
Prima di un interessante assolo in duetto tra tastiera e chitarra un
monito viene recitato da una voce:
"But if the cause is
not good, a heavy burden lies on the King". Subito dopo ci aspetta What my eyes have seen,
un pezzo con un'introduzione veramente tecnica e accattivante. Ma ecco
che subito i toni diventano più intimi e riflessivi per seguire le
considerazioni del testo sulla condizione umana. Questo fino a quando
non si giunge all'assolo centrale che fa da climax della canzone che va
poi a scemare fino a concludersi con un giro di acustica. Il terzo brano
Far beyond illusion si presenta all'incirca sulla stessa
linea di quello che lo precede, facendo però più leva sull'emotività.
Stavolta il testo parla della profonda fame di verità che inabita
l'essere umano e di chi la vuole negare. Segue Afterlife,
la traccia più lunga dell'album (oltre i 9 minuti) che ci stupisce con
sonorità prese dai Dream Theater della metà degli anni '90.
Probabilmente uno dei pezzi più intriganti dell'album. Il basso si fa
più presente rispetto agli altri brani, gli strumenti, come sempre
suonati con molta tecnica, accompagnano una specie di "elegia" funebre,
il saluto ad una persona cara ormai scomparsa, riflettendo nel mentre su
tutte le paure connesse con la morte, prima fra tutte "Will you remember
me in the afterlife [...]?".
La quinta traccia è The end of days
che come si evince dal titolo parla della fine dei tempi. Per quanto il
testo non sia uno dei più entusiasmanti è sicuramente una canzone
orecchiabile e "aggressiva" al punto giusto. A questo punto i
Magnitude 9 inseriscono una cover degli Iron Maiden
Flight of Icarus. Normalmente avrei considerato questa scelta
azzardata ma devo dire che malgrado tutto tengono bene il passo anche
se, almeno a mio avviso, si sente che mancano le magiche dita di Steve
Harris al basso. Ci attende Temples of gold, una canzone
sull'idolatria antica e moderna. Personalmente è la traccia che
preferisco di quest'album! E' aggressiva, incalzante e ha pure una
citazione dalla Bibbia di Re Giacomo. Qui troviamo la vena whitester del
gruppo "in the metal ways" come avrebbero detto i Manowar.
Quiet desperation parla di una rottura in una relazione e delle
conseguenze che essa comporta. Musicalmente nulla di particolare, molto
simile a quanto abbiamo già ascoltato in precedenza. L'album si chiude
con Mind over fear il cui inizio bello "pesante" ci dona
ottime promesse che verranno effettivamente mantenute dall'assolo. E' la
lotta dell'uomo contro il tempo, e contro quanto scopre viaggiando nel
profondo di se stesso. Il tutto si chiude con poche note di piano molto
azzeccate.
In conclusione posso riassumere il tutto dicendo: la band è
brava, possiede talento e tecnica. Il problema è che spesso fanno la
figura degli epigoni delle altre band da cui traggono ispirazione. Le
sonorità non hanno poi molto di originale e troppo spesso, mentre
l'album procede, ci si ritrova con quella sensazione di "dejà vu" che a
lungo andare fa perdere l'interesse. C'è inoltre da aggiungere che la
fusione di power metal e prog metal in questo caso non ha portato a
risultati apprezzabili: hanno perso tutte le caratteristiche di punta
dei due generi, sia l'imprevedibilità e l'eccentricità del prog, sia il
ritmo e l'incalzare del power. Ciò non toglie il fatto che "Reality
In Focus" sia un album ben fatto e che contenga pezzi che valgono
sicuramente la pena di essere ascoltati, anche se sono pochi rispetto
alle 10 tracce che ci offre. Infine i testi sono sicuramente ottime
riflessioni e vanno considerati.
Andrea Ciceri |