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Oggi mi trovo a presentarvi il debut
album di un interessantissimo gruppo svedese, i Mago. Il disco si
intitola "Definition Of Raw Moments From A Different Perspective"
che, a fronte dell’inusuale lunghezza del titolo stesso, esprime con
chiarezza quello che è il senso e l’obiettivo dell’album. Il sound della
band fonde elementi drone con sonorità vicine alle progressioni post
metal. Sono identificabili elementi mutuati dai seminali Earth
(per le parti maggiormente sinfoniche) nonché dai canadesi Nadja
(per le parti distorte e più vicine al drone doom); Nadja che, a
tutt’oggi, rappresentano una delle band di punta del movimento
avantgarde/drone doom. Proprio come per i Nadja, la gamma di
strumenti utilizzati spazia dalla classica chitarra elettrica
estremamente distorta ad un uso caleidoscopico del sintetizzatore, che
intraprende onirici viaggi alla ricerca di sonorità sempre più
psichedeliche e particolari.
La parte ritmica è affidata ad una
drum machine (peraltro non presente in tutti i brani del disco) che, in
coppia con i suoni sintetizzati, rende benissimo l’idea di uno stile
musicale a cavallo fra il metal e la musica elettronica. Proprio il
terzo brano del disco You mind blew across the grass in ripples
rappresenta, forse, il momento più "techno" proposto dal combo svedese,
che abbandona per un momento l’ausilio delle distorsioni chitarristiche
per concentrarsi su un techno-sound sognante ed estremamente cadenzato,
in grado di trasportare l’ascoltatore in un etereo mondo di fantasia.
Indubbiamente brani come quello appena citato si distanziano in modo
importante dalla base drone doom del resto del disco, sia per le
ritmiche un po’ troppo serrate per una traccia appartenente all’area
"doom", sia per il mancato utilizzo della strumentistica basilare che si
richiede ad un brano metal. Distanza che, in ogni caso, viene colmata da
brani come Thought there was more to come che, grazie
all’ausilio di una linea vocale acida e sofferente, fornisce all’album
quella decisa impronta "violenta" che lo rende quanto mai aderente ai
canoni stilistici che si richiedono ad un disco metal. Questo lavoro,
quindi, si presenta ancor di più come una fusione fra un certo tipo di
dark wave estremamente legata a sonorità elettroniche, e l’area più
sperimentale del drone doom moderno incentrata, comunque, su tutti gli
elementi basilari del drone metal canonico, come, ad esempio, i lunghi
ed angoscianti loop musicali che, come in Enlaced in ropes
si ripetono ossessivamente anche per 12 minuti filati; una sfida anche
per l’ascoltatore più appassionato.
Nel complesso, comunque, un debut
interessante e decisamente ben congeniato che forse pecca solo di
un’eccessiva ripetitività generale e di una certa mancanza di
originalità; pecche che certamente questi ragazzi svedesi riusciranno a
superare senza troppa fatica nei prossimi lavori. Un disco per patiti di
drone metal e dark wave, non consigliato, però, a chi si avvicina per la
prima volta a questi generi "di confine".
Luca Sileni |