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Possiamo già definire questo disco un revival: musicalmente
ci troviamo tutta la storia dell’hard rock a cavallo fra gli anni ’70 e
’80 e del primissimo glam (alla New York Dolls, per intenderci),
con dei tratti punk notevoli; i cinque ragazzoni americani fanno
rivivere nei loro testi, negli assoli tiratissimi e nella martellante
cassa, tutta l’emozione di mettere su un disco dei primi Kiss,
degli AC/DC o degli storici Skid Row.
Il fischio del treno apre Ride the main line,
che lascia il giusto spazio a gasatissime guitars; il quintetto nasce
come punk band per poi evolversi in una vera e propria hardrock band.
Personalmente, credo che non abbiano del tutto abbandonato il punk,
poiché il disco n’è ampiamente contaminato, ma alla fine sono solo
sfumature di poco conto. Song energica, orecchiabile come tutti i pezzi
ivi contenuti, e breve: be’, gente siamo tornati negli anni ‘70!
One way ticket to love è puro hard rock, di una durezza
incredibile, uscita direttamente da un vinile da collezione. Della song
successiva, Throwin' bones to the wolves bisogna
sottolineare due aspetti: il magistrale solo di chitarra e la bella
prova del vocalist, che tenta di graffiare la sua voce, ma resta
pur sempre in perfetto clean. La prima e unica ballad del full-length è
Here I am, con la sua intro acustica che lascia poi la
scena al ritmo che ben conosciamo; ricorda parecchio le belle melodic
song dei Poison; da ricordare di questo pezzo è il bellissimo
solo che sa di vecchio blues. Speed queen invece ricorda
tantissimo i Motörhead, ha un ritornello di quelli che sono
difficilissimi da levarsi di dosso. Pack up your blues e
I walk alone sono intrise di innumerevoli virtuosismi di
chitarra, che quasi si perdono in queste rock and roll songs… Put
the hammer down, forse per il titolo, è la più martellante di
questo lavoro, in cui il batterista ne combina davvero delle belle. La
song più lunga di questo disco, We are the ready ones è
tutta basso e cassa e sa molto di AC/DC anche questa. Si chiude
con una traccia live: Shot in the dark, che altro non è
che una cover dei Junkyard, hair-hard rock band tornata nel 2000
in piena attività.
Questo disco scorre veloce, ma qualche ritornello resta,
forse perché sembra rimandare a qualche altra band, a qualche altro
pezzo famoso o meno celebre, che hanno reso importante un periodo di
grandi cambiamenti, non solo musicali. È la pecca più grande di questa
band: il fatto di aver riproposto qualcosa di già ascoltato senza un
tocco di modernità; per questo, verificheremo nel prossimo album uscito
nel 2009 le augurabili novità.
Roberta Cannone |