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MAJESTIC VANGUARD
Beyond The Moon
power
2005 - Rivel Records
(Svezia)
www.majesticvanguard.net

 

Il 2005 segna l’uscita del debut album del gruppo svedese che vide la nascita più di dieci anni fa sotto il nome di Divine Disciple cambiato, dopo la firma con la Rivel Records, in Majestic Vanguard. "Beyond The Moon" rappresenta un buon album power dai molti cambi di tempo: veloce, melodico e dagli apprezzabilissimi arrangiamenti sinfonici. Il lavoro non aggiunge niente di nuovo all’affollatissimo panorama power, da qui il paragone con i ben più noti maestri del genere (Stratovarius, Sonata Arctica, Helloween, ecc.) è purtroppo inevitabile: anche se non arrivano al loro livello (siamo comunque solo al primo album!) i Majestic hanno sfornato un prodotto più che degno, capace di offrire diversi ottimi spunti. Non stronchiamoli quindi accecati dal pregiudizio ma diamogli tempo: il più importante banco di prova sarà caratterizzato dalla loro seconda fatica, sia per confermare quel che di buono c’è, sia per dare un qualcosa di più e di diverso. Per ora godiamoci tranquillamente questi 11 brani per 50 minuti, che senza gridare al miracolo sono comunque davvero consigliati a tutti gli amanti del genere. D’altronde le basi ci sono e sono anche davvero solide: l’ottima produzione mette in risalto la nitidezza del suono e la buona tecnica che contraddistingue questi cinque musicisti: su tutti l’ispirato stile vocale di Peter Sigfridsson che, nonostante non abbia all’attivo altre esperienze metal, si inserisce perfettamente nelle metal melodies, ma anche il contributo di Daniel Eskilsson alla batteria e di Samuel Fredén alle tastiere.

Si parte con l’intro strumentale, One journey, che per le sue sognanti atmosfere ci conduce lontano in una classica ambientazione medievale. Preludio più che adatto per la velocissima The great eternity intervallata dall’innesto di arrangiamenti sinfonici che spezzano momentaneamente il ritmo e che saranno una prerogativa dell’intero lavoro. Sulla stessa linea anche la seguente Emotions of a picture in cui c’è da sottolineare un buon assolo. Si giunge così velocemente alla title-track, uno dei migliori momenti dell’album, mid-tempo dagli accenni prog in cui c’è da evidenziare il break di chitarra acustica, accompagnata dalla tastiera, che allenta la tensione accumulata finora dal cadenzato ritmo dei riff di chitarra e gli immancabili cori che si mettono qui in bella evidenza. Tears in neverland: altro classico brano veloce che si contraddistingue per cambio di ritmo in cui viene lasciato ampio spazio agli arpeggi di tastiera. Un intermezzo di due minuti di sola chitarra acustica dalla dolci e introspettive note fa da preludio ad un altro più che buon momento dell’album: Don’t want to be an actor: melodia che vi catturerà grazie all’alternanza dei melodici riff di tastiera e di chitarra decisamente più cupi; un bell’assolo spiana poi la strada a dolci note di piano che chiudono la traccia.

Dai primi secondi di Take me home pensiamo subito di addentrarci in una classica ballad, scopriamo presto però che questa si evolve in un classico brano heavy, potente e deciso, rovinato solo dal refrain alquanto scialbo e scontato. Nuove accattivanti melodie le ritroviamo, grazie anche ai bei backing vocals, in Footprints e in Mystic eye: in quest’ultimo grintoso brano di ben 7:49 minuti un’altra prova convincente per Sigfridsson; le tastiere che ricordano i primi Nightwish fanno acquisire al brano una marcia in più, degna conclusione dell’album. 

Ilaria Ricci

VOTO

82

 

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