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Dopo il debutto di un paio di anni fa, Dallas
ritorna con la seconda parte del suo progetto dedicato a Maylene Barker
e i suoi figli. E che nome migliore per un sequel? "II"! Come per
dire, "il ritorno". Album che ho aspettato pazientemente, essendo un fan
del loro debutto, e che ho preso al volo... ma che ha completamente
spiazzato le mie aspettative!
Questa volta l'opener è Memories of the grove, pezzo molto
hard, con bellissimi riff di chitarra e fill di batteria. Le voci di
Dallas appaiono un tantino diverse. Per prima cosa le urla si alternano
tra scream puri, tipo gli old school Underoath, e tra urla
graffianti e rauche. Non c'è che dire, brano ottimo per far partire
questo progetto. Subito dopo sentiamo un ritmo di tom rullati, che
faranno da introduzione per Dry the river, probabilmente
il pezzo più bello dell'album, caratterizzato da versi e ritornelli
cantati, con la differenza che sono cantati con voce graffiata.
Bellissimo, ma si differenzia enormemente da tutto ciò che il gruppo ha
fatto nel primo album. In seguito abbiamo la filler di poco meno di 3
minuti Plenty strong and plenty wrong seguita da
Darkest of kin. Con quest'ultima si ritorna alle origini.
Chitarre distorte con ritmi esplosivi, soliste da far bruciare qualsiasi
amp ed urla graffiate. Peccato però che si tratta di un brano che sembra
di aver già sentito da qualche altra parte... Si passa a Raised by
the tide, più che altro southern, e Wyle, pezzo
spericolato e spaccatutto e che vi farà venire l'istinto metallaro
primordiale di alzare mignolo, indice e pollice e iniziare un headbang
selvaggio. Con Death is an alcoholic il gruppo tenta di
creare una canzone simile a quelle del debutto, aggiungendo una melodia
da semi-ballad. Il suo ritornello calma un po' l'andatura dell'album che
però torna alla carica con Everyone needs a hasting e
Don't ever cross a trowell, entrambi molto hard. Arriviamo
così a Tales of the runaways, che fa continuare la storia
di Maylene Barker raccontando di come lei e i suoi figli scappavano di
città in città per non essere presi dalla polizia. Musicalmente si
tratta di una ballad southern rock interamente cantata. Un bel pezzo,
non c'e' che dire.
Ed ora, come nel debutto, i Maylene And The Sons
Of Disaster chiudono l'album con un pezzo strumentale, The day
hell broke loose at sicard hollow. Brano ottimo per chiudere,
lasciando all'immaginazione dell'ascoltatore visualizzare ambienti
deserti, polverosi, piedi sporchi e callosi di persone che sono scappate
tutta la loro vita, e cavalli al galoppo verso l'orizzonte... Ancora una
volta i Maylene And The Sons Of Disaster hanno donato al pubblico
un ottimo progetto. Non di certo come il debutto, ma pur sempre un album
valido.
Christopher Warman
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