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Due anni dopo l’ultimo
capitolo della loro saga, intitolato "II", i Maylene And The
Sons Of Disaster escono con il terzo lavoro, opportunamente
intitolato "III". Questa volta il gruppo subisce una svolta nella
line-up, sostituendo il batterista Lee Turner con Matt Clark, conosciuto
già per essere stato il bassista degli Underoath in "Cries Of
The Past", e tutti i chitarristi con tre nuovi di zecca, di cui uno
(Kelly Scott Nunn) apparso anch’egli negli Underoath (questa
volta durante i tempi di "The Changing Of Times"). E proprio per
il fatto che i nuovi Maylene sono in realtà metà dei vecchi
Underoath (ovvero i migliori), che l’anticipazione di questo lavoro
è stata a dir poco insopportabile. E c’è proprio da dire che l’attesa è
stata ricambiata ottimamente.
Con la opener Waiting on my deathbed intuiamo già che
questo sarà un grande album: con un intro realizzato col banjo, i
Maylene And The Sons Of Disaster ripropongono fortemente al pubblico
quegli elementi southern che caratterizzavano il loro debutto. Noto
anche con piacere che gli scream sono molto più arrabbiati del solito. E
questo elemento lo ritroviamo ancora più accentuato nella seguente
Setting scores by burning bridges. Ci ritroviamo ora dinnanzi
al singolo, che in questo caso è anche tra le migliori tracce
dell’album, nonché la più melodica: Just a shock che apre
con un riff/solista stupendo, e prosegue su una scia heavy davvero
fenomenale; c’è poi da aggiungere che si tratta anche del pezzo più
orecchiabile mai realizzato dal gruppo, è impossibile smettere di
canticchiarla nel retrocervello. Un po’ meno efficace è la seguente
Last train coming, leggermente breve e poco aggiunge al resto
del platter. Lo stesso non si può dire di Step up (I’m on it),
a mio parere la migliore song dell’album. Riff da sbavo, vocals
eccezionali, passaggi southern e headbanging provocato a non finire:
questo pezzo è un sollazzo garantito. Si passa ad un brano che
inizialmente mi ha colto alla sprovvista: Listen close, la
prima power ballad mai proposta dai Maylene; davvero eccezionale
come canzone, contenendo anche una solista impressionante. Con The
old iron hills torniamo invece in pieno southern hardcore. Bella
traccia, pur essendo una delle poche di riempimento del disco, non
essendo eccessivamente accattivante. Arriva qualcosa di rinfrescante con
No good son, che parte con un ritmo andante e quasi funky,
per poi passare al puro hard rock. Un altro episodio heavy (Harvest
moon hanging) e passiamo ad un episodio davvero particolare,
Oh lonely grave. Sicuramente uno dei pezzi più unici, oserei
dire sperimentali, che i nostri abbiano mai proposto, contenendo vari
elementi country, hardcore, thrash, hard rock e chi più ne ha più ne
metta. Dopo questo numero spettacolare giungiamo alla closer, The
end is here...the end is beautiful, che, seguendo la tradizione
dei Maylene, è strumentale. Mentre la closer di "I" (Just
wanted to make mother proud) era un pezzo divertente, e quella
di "II" (The day hell broke loose at sicard hollow)
prettamente semplicistica, questa è invece semplicemente stupenda.
Leggeri brividi salgono sulla spina dorsale ascoltando le semplici note
di chitarra acustica e di pianoforte. Davvero un ottimo modo di chiudere
questo terzo capitolo della saga.
Bisogna ammettere che con "III" i nostri fanno qualche passo in
avanti rispetto al precedente lavoro. Noto che il gruppo con questa
nuova formazione ha trovato una formula vincente. Sicuramente ci sono
dei peli nell’uovo, per esempio la breve durata dell’album (che neanche
raggiunge i 40 minuti), ma c’è da dire che con questo Cd i Maylene
And The Sons Of Disaster hanno realizzato quello che è forse il
disco dell’anno per il genere. Aspetterò con ansia "IV"!
Christopher Warman
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