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MAYLENE AND THE SONS OF DISASTER
I
 
MAYLENE AND THE SONS OF DISASTER
II
 
 

 

MAYLENE AND THE SONS OF DISASTER
III
hard rock
2009 - Ferret Records
(USA)
www.myspace.com/mayleneandthesonsofdisaster

 

Due anni dopo l’ultimo capitolo della loro saga, intitolato "II", i Maylene And The Sons Of Disaster escono con il terzo lavoro, opportunamente intitolato "III". Questa volta il gruppo subisce una svolta nella line-up, sostituendo il batterista Lee Turner con Matt Clark, conosciuto già per essere stato il bassista degli Underoath in "Cries Of The Past", e tutti i chitarristi con tre nuovi di zecca, di cui uno (Kelly Scott Nunn) apparso anch’egli negli Underoath (questa volta durante i tempi di "The Changing Of Times"). E proprio per il fatto che i nuovi Maylene sono in realtà metà dei vecchi Underoath (ovvero i migliori), che l’anticipazione di questo lavoro è stata a dir poco insopportabile. E c’è proprio da dire che l’attesa è stata ricambiata ottimamente.

Con la opener Waiting on my deathbed intuiamo già che questo sarà un grande album: con un intro realizzato col banjo, i Maylene And The Sons Of Disaster ripropongono fortemente al pubblico quegli elementi southern che caratterizzavano il loro debutto. Noto anche con piacere che gli scream sono molto più arrabbiati del solito. E questo elemento lo ritroviamo ancora più accentuato nella seguente Setting scores by burning bridges. Ci ritroviamo ora dinnanzi al singolo, che in questo caso è anche tra le migliori tracce dell’album, nonché la più melodica: Just a shock che apre con un riff/solista stupendo, e prosegue su una scia heavy davvero fenomenale; c’è poi da aggiungere che si tratta anche del pezzo più orecchiabile mai realizzato dal gruppo, è impossibile smettere di canticchiarla nel retrocervello. Un po’ meno efficace è la seguente Last train coming, leggermente breve e poco aggiunge al resto del platter. Lo stesso non si può dire di Step up (I’m on it), a mio parere la migliore song dell’album. Riff da sbavo, vocals eccezionali, passaggi southern e headbanging provocato a non finire: questo pezzo è un sollazzo garantito. Si passa ad un brano che inizialmente mi ha colto alla sprovvista: Listen close, la prima power ballad mai proposta dai Maylene; davvero eccezionale come canzone, contenendo anche una solista impressionante. Con The old iron hills torniamo invece in pieno southern hardcore. Bella traccia, pur essendo una delle poche di riempimento del disco, non essendo eccessivamente accattivante. Arriva qualcosa di rinfrescante con No good son, che parte con un ritmo andante e quasi funky, per poi passare al puro hard rock. Un altro episodio heavy (Harvest moon hanging) e passiamo ad un episodio davvero particolare, Oh lonely grave. Sicuramente uno dei pezzi più unici, oserei dire sperimentali, che i nostri abbiano mai proposto, contenendo vari elementi country, hardcore, thrash, hard rock e chi più ne ha più ne metta. Dopo questo numero spettacolare giungiamo alla closer, The end is here...the end is beautiful, che, seguendo la tradizione dei Maylene, è strumentale. Mentre la closer di "I" (Just wanted to make mother proud) era un pezzo divertente, e quella di "II" (The day hell broke loose at sicard hollow) prettamente semplicistica, questa è invece semplicemente stupenda. Leggeri brividi salgono sulla spina dorsale ascoltando le semplici note di chitarra acustica e di pianoforte. Davvero un ottimo modo di chiudere questo terzo capitolo della saga.

Bisogna ammettere che con "III" i nostri fanno qualche passo in avanti rispetto al precedente lavoro. Noto che il gruppo con questa nuova formazione ha trovato una formula vincente. Sicuramente ci sono dei peli nell’uovo, per esempio la breve durata dell’album (che neanche raggiunge i 40 minuti), ma c’è da dire che con questo Cd i Maylene And The Sons Of Disaster hanno realizzato quello che è forse il disco dell’anno per il genere. Aspetterò con ansia "IV"!

Christopher Warman

VOTO

91

 

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