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Doveva essere l’album del botto, visto che il precedente
"Blood & Water" ha deluso e non poco. Purtroppo, mi sono trovata a
esserne stufa al terzo ascolto: le doti artistiche del gruppo non sono
minimamente discutibili, benché meno quelle di scrittura, visto che le
liriche sono tutte meravigliose e ricche di significato. Ciò che mi
sento di criticare è sicuramente la ripetitività di certe linee
melodiche (di basso, ad esempio, o anche solo quelle vocali), miste a
una varietà musicale che mi ha a dir poco confuso.
Ma è proprio la voce, accompagnata dalle tastiere in
clavicembalo, ad aprire con Wrath of flesh felloship, dove
non possiamo non mettere in luce il grande lavoro dietro le pelli, forse
uno degli elementi degni di nota di questo gruppo; la voce di Thomas
Vilkström è superba sopra ogni aspettativa; peccato che poi diventi
prevedibile. Masquerade è più una ballad che altro, molto
ricca di piano fin dal suo inizio; anche qui il vocalist interpreta la
sofferenza di una vita vissuta a metà. Sulla via della sofferenza,
Until the day breaks si distacca leggermente dalla precedente
per via di un bridge sul finale accelerato; il ritornello "I will fear
no evil / for You are with me" racchiude un po’ il filo conduttore di
questo lavoro, dai toni più cupi rispetto al precedente disco, in cui si
percepisce il tocco di Mikko Härkin nel songwriting. Si passa a qualcosa
che gasa di più con Land of oblivion, puro prog orpellante
(concedetemelo) di tastiera-guitars-vocalizzi; dopo una song un po’
sottotono, Draw near to my soul è un pezzo che, seppur
ripetitivo, mi ha colpito per il testo: ricalca il salmo 69, uno dei
salmi davidici che si rifà al patto di Alleanza tra Dio e gli uomini. La
song che segue, Abandoned, continua nella stessa
direzione: intro, molta batteria, tastiere varie, guitars (in questo
caso anche una classical), voce che prende note elevatissime, ma niente
pathos, mi dispiace. Così scorrono anche gli altri pezzi di questo
lavoro, senza provocare grandi spostamenti emozionali.
Tutto questo però non significa che ci troviamo di fronte a
un pessimo lavoro, anzi. Di certo non ci troviamo al migliore dei lavori
che ogni singolo componente può vantare nel proprio curriculum vitae.
Definirli una "melodic" band mi sembra generico, quindi proviamo a usare
il termine "progressive", ma vi assicuro che intensi spazi di puro
"power" ci sono qua e là, come un minestrone non ben amalgamato.
Roberta Cannone |