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MEHIDA
Blood & Water
 
 

 

MEHIDA
The Eminent Storm
prog
2009 - Bullroser Records
(Finlandia)
www.myspace.com/mehida

 

Doveva essere l’album del botto, visto che il precedente "Blood & Water" ha deluso e non poco. Purtroppo, mi sono trovata a esserne stufa al terzo ascolto: le doti artistiche del gruppo non sono minimamente discutibili, benché meno quelle di scrittura, visto che le liriche sono tutte meravigliose e ricche di significato. Ciò che mi sento di criticare è sicuramente la ripetitività di certe linee melodiche (di basso, ad esempio, o anche solo quelle vocali), miste a una varietà musicale che mi ha a dir poco confuso.

Ma è proprio la voce, accompagnata dalle tastiere in clavicembalo, ad aprire con Wrath of flesh felloship, dove non possiamo non mettere in luce il grande lavoro dietro le pelli, forse uno degli elementi degni di nota di questo gruppo; la voce di Thomas Vilkström è superba sopra ogni aspettativa; peccato che poi diventi prevedibile. Masquerade è più una ballad che altro, molto ricca di piano fin dal suo inizio; anche qui il vocalist interpreta la sofferenza di una vita vissuta a metà. Sulla via della sofferenza, Until the day breaks si distacca leggermente dalla precedente per via di un bridge sul finale accelerato; il ritornello "I will fear no evil / for You are with me" racchiude un po’ il filo conduttore di questo lavoro, dai toni più cupi rispetto al precedente disco, in cui si percepisce il tocco di Mikko Härkin nel songwriting. Si passa a qualcosa che gasa di più con Land of oblivion, puro prog orpellante (concedetemelo) di tastiera-guitars-vocalizzi; dopo una song un po’ sottotono, Draw near to my soul è un pezzo che, seppur ripetitivo, mi ha colpito per il testo: ricalca il salmo 69, uno dei salmi davidici che si rifà al patto di Alleanza tra Dio e gli uomini. La song che segue, Abandoned, continua nella stessa direzione: intro, molta batteria, tastiere varie, guitars (in questo caso anche una classical), voce che prende note elevatissime, ma niente pathos, mi dispiace. Così scorrono anche gli altri pezzi di questo lavoro, senza provocare grandi spostamenti emozionali.

Tutto questo però non significa che ci troviamo di fronte a un pessimo lavoro, anzi. Di certo non ci troviamo al migliore dei lavori che ogni singolo componente può vantare nel proprio curriculum vitae. Definirli una "melodic" band mi sembra generico, quindi proviamo a usare il termine "progressive", ma vi assicuro che intensi spazi di puro "power" ci sono qua e là, come un minestrone non ben amalgamato.

Roberta Cannone

VOTO

73

 

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