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Se state pensando al prog di Neal Morse e a quello
altrettanto famoso dei Dream Theater la risposta è: sì, è un prog
di buonissima qualità; e per chi obiettasse i punti deboli del prog,
ovverosia il "tiriamocela style" e la lunghezza dei pezzi rispondiamo un
ni, questo gruppo non è la solita "menata" annoiante in salsa prog,
benché si chiamino Menahem e il nome possa far ricordare
piacevoli dormite ascoltando il teatro dei sogni. Quello dei Menahem
è un full-length nato nel 2008 autoprodotto e senza il supporto di label
famose: l’etica cristiana ci impone di chiudere un occhio per questi
ragazzi tanto volenterosi e ferventi, ma il nostro sito ci impone
altresì di essere figli di... fino al midollo nel recensire i lavori di
dette christian metal bands; a chi dare retta? Un attimo di preghiera
allo Spirito Santo per illuminare il giudizio… ok pronti per la rece!
Ci introduce in questo esordio del progetto Menahem l'Intro
- Valley of migido, che ecciterà al primo acchito per il vento
soffiante e violini atmosferici, ricordando Church bells talls…
di Horde, ma qui non ci attendono campane a morto, bensì un
brevissimo giro di note con chitarra elettrica, tanto breve da dare
l’impressione di un check sound, la track dura in totale solo 33 seconsi.
La track due Angel and shadows, che dà l'accattivante titolo all’album, si presenta come un buon pezzo, ben
power, ma il prog si fa sentire rallentando i ritmi appena in tempo per
far notare il basso professionalmente suonato e una batteria capace di
rullate precise al secondo, tanto che farebbero pensare a una drum
machine o a un batterista fottutamente bravo. Il cantante si prende
volentieri il posto che si merita tra tanto virtuosismo, di cui è
stracolmo il pezzo, mostrando la grinta dei Narnia unita ad
alcuni passaggi stilistici che ci ricordano come vocalizzi un miscuglio
di Andrè Matos e bassi passaggi del primo R.J. Dio. Lo stacco finale è
puro virtuosismo chitarristico; godetevelo. Il seguente brano,
Escape, acquista velocità pur rimanendo ancorato a ritmiche
classicamente prog e meno power; complici anche quei piccoli inserti di
elettronica che mettono la firma su questa canzone ben orchestrata,
orecchiabile e godibile. Ballata per arpeggio di chitarra elettrica, la
dolce e decisa New chance non calma la voglia di uno stile
proprio e il desiderio di metal ben fatto della band, seppur più quieta
nei virtuosismi e nel cantato; adatta a fare un bel break che, si nota
perfettamente, non è affatto un riempitivo del full-length ma un brano
vero e proprio.
Al minuto 4:55 della quinta Promise - testo
ricercato e profondo nel significato della Promessa, quella vera e che
non tradisce - il cantante si lancia in un acuto che ci fa gioire, e la
solita bella chitarrina lo accompagna degnamente in questa bella
cavalcata dal sapore Angra-dolce. Prison without walls
è di una vicinanza stilistica palpabile con i Dream Theater,
nulla di importante da dire, se non che anche qui, come sempre il prog
la fa da padrone e la competenza strumentale anche. Freedom
si discosta appena dalla precedente, divenendo power in alcuni accenni
ma senza esporsi più di tanto. Commovente e quasi da colonna sonora la
bella Ocean of tears, pezzo lento e cadenzato (non per la
batteria ovviamente) che crea una pausa per entrare nella prossima
traccia con i nervi saldi: Trip beyond the mind è infatti
a mio avviso la migliore dell’album, il sapore spiccatamente power della
prima parte della song si evince dalla nota stoppata d’introduzione e
dall’acuto davvero ipercazzuto del cantante, poi il tutto piano piano si
ridimensiona con la firma prog metal che contraddistingue il gruppo,
spiccata in questa canzone la tendenza del cantante ad un vocalizzo
curioso alla R.J. Dio. Creed si commenta da sola essendo una lieve
ballad creata per cantare il Credo dei cristiani, più white metal di
così! La penultima e l’ultima track, con cui i nostri bravi Menahem
ci salutano, rispettivamente Pain e Suicidal trend,
sono rispecchiabili in pezzi prog power di raffinata eleganza e potenza
canora e sonora. Si dia un 90 a questo gruppo che ha fatto un lavoro,
sia stilistico che metallico, davvero - è il caso di dirlo - "come Dio
comanda!".
Giovanni Paolo Spanu |