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Sfruttando il sentiero aperto dai pionieristici connazionali
Mortification sorse ben presto un'altra ottima christian death
band australiana, la quale però scelse con saggezza di non ricalcare
pedissequamente le orme dei venerati maestri, preferendo
incamminarsi invece verso un sound piuttosto differente. La grezza
ed incompromessa brutalità caratterizza i Mortification
mentre è l'elaborazione compositiva e l'esecuzione ricercata il
marchio di fabbrica dei nostri Metanoia, all'esordio con
questo "In Darkness Or In Light", la cui bella front cover
già dice tutto sulla proposta lirica del combo: battaglia
spirituale, crush evil, e trionfo della Luce di Cristo nelle tenebre
del peccato e dell'umano vivere.
I Metanoia sono un quartetto fondato dai fratelli Lisa e
Steve Bennett completato del singer Yowie Smith e dal drummer Dylan
Speerstra, che germoglierà altri due full-length: la band risulta a
tutt'ora attiva pur avendo però fatto risalire l'ultima release al
lontanissimo 1999. "In Darkness Or In Light" si
dipana per ben 52 minuti di strutturato e variegato songwriting, di
ottima esecuzione strumentale, di davvero notevole capacità
chitarristica e percussionistica, il tutto valorizzato da un'ottima
produzione; la limitata telluricità sonora del loro sound è dovuta al fatto che
spesso e volentieri preferiscono cavalcare lande heavy o thrash più
che massacri death, i quali peraltro non
mancano, anche se mai sono preminenti; colpisce questo perché il deep
growl - a più riprese affiancato da una seconda voce più roca - del
bravo Smith si armonizzerebbe bene a mio avviso con il grind-oriented, ma anche così lo si apprezza.
Tecnico e cesellato è il death dell'opener Accute obliteration
che capita si abbandoni a momenti doom e si aizzi a brevi sfuriate
grind, per chiudere comunque tracotante. Ritmato e chitarristico,
lento e detonante, doom e poi sparato, è il complesso sound della
successiva Enslavement. Con la title-track In
darkness or in light giungiamo al miglior
episodio dell'album, una fantastica ed intricata song di oltre otto
minuti, aperta da dolci note ed un soffuso growl seguito da un
nostalgico guitar solo, che poi si fa saettante e tagliente,
veicolando così il ritorno del cupo, muscolare e tecnico sound, che sorprende sul finale con l'arrivo
di linee chitarristiche vagamente melodiche. Il termine riprende
l'inizio dando un senso compiuto di ciclicità ad una track che
pretende di essere riascoltata più e più volte. On and on è
fondamentalmente death'n'roll, mentre Dead flesh è
furibonda ma con superbi assoli dichiaratamente thrashy. Un
cupo ed buio doom introduce la sesta Dimensions of life
tesa nel suo sviluppo verso elaborate strutturazioni e frequenti
cambi di tempi guidati dall'impeccabile e talentuoso drumming di
Dylan Speerstra. Sul finale un altro gran solo schizoide.
Fantasiosa è la strumentale Son of Man in cui si
alternano un solo distorto scevro della compagnia della
strumentazione ed un heavy che strizza l'occhio a soluzioni
melodiche: l'intensità sonora cresce, ma a condurci al termine sono
impreviste dolci note! Death'n'roll e thrash solistico si dividono
la scena in Torn by dogs, piuttosto simile alla
seguente Death of death. Il finale è affidato alla
infinita Seventh seal, che mescola classe ed
irruenza, recitato in clean pompato da una certa solennità musicale
e mero death'n'roll, oltre che da stralunate soluzioni melodiche
chitarristiche. Una megarullata suggella il tutto.
Ora la curiosità circa questo act è di andare ad ascoltare cos'è che hanno combinato nei loro più recenti lavori,
perché questo è davvero niente male.
Vaake
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