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La quarta gestazione del progetto Metus,
alter ego artistico - non solo musicale - dell'eclettico Marek Juza, segna una inattesa svolta verso
soluzioni canonicamente gothic doom metal. "Beauty" infatti non è
più "solo" un disco di suadente e mistico darkwave sinfonico infarcito
di imponente neoclassicità, stavolta vengono inseriti strumentisti guest
al basso, chitarra elettrica e batteria, oltre che al piano e al
violoncello... si materializzano così suoni distorti e tecniche
percussioni ritmiche, drum e guitar solos, per un lavoro che porta a più
riprese il ricordo dell'astante ai Saviour Machine della saga
"Legend"; ma la teoria di innovazioni non termina qui, ad imporsi
con forza nelle composizioni è persino il growl, che Marek utilizza con
gran frequenza, pur non padroneggiandolo ancora appieno, in alternanza
al solito carezzevole e fatato baritono. Liriche ad alto grado di
contemplativa spiritualità, il senso concettuale dell'opera filtra
attraverso la visione del creato, "about the Paradise about the Earth
and 'bout us...our feelings, dreams, hopes, ...and ignorance finally.
The sounds lead us through the dreamy lanscapes of Eden restored and
grey reality of our present existence as well".
Simile la struttura dell'opener At the gates
e della title-track Beauty, le novità metalliche vengono
qui meticolosamente dosate, a prevalere sono i leitmotiv melodici ed
emotivi, che nel secondo episodio del dittico sfociano in un
avvinghiante refrain. Il netto cambio di rotta dei Metus si
manifesta così solo nella terza And death will be no more,
puro gothic doom con un bel picco emozionale nel finale, e passando per
la minimale orientaleggiante Cold oblivion, erutta nella
sofferta Abyss for those who destroy the Earth fatta di
riffoni sincopati, growl, oscurità sinfonica e variamente vocale
(inquietano a dovere le risate). Altra riposante traccia interludio dai
tratti ambient, e poi Blindness riprende il tema
compositivo e umorale precedentemente lasciato. L'old style ma con drum
solo The tree of life ci traghetta alla strepitosa video
song Into the wild, pura decadente poesia in musica (ed
immagini), dal mood toccante. Il finale è della suite Save the
unknown, oltre 13 minuti che miscelano ed elaborano tutto quanto
finora emerso, con abbondante ricorso solistico.
Opera ambiziosa, il feeling di Marek con la
composizione metal non è ancora pieno, tuttavia come prima volta direi
sia lodevole e, considerato il talento dell'artista, lascia presagire
evoluzioni intriganti. Nel frattempo questo
"Beauty", pur non essendo la migliore release di
Metus, è da aggiungere alla lista della spesa di ogni amante del
gothic, inserendolo nei punti alti se si è fans dei Saviour Machine.
Vaake
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