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Un album estremamente intimo e delicatamente espressivo
nella rappresentazione musicale di un’anima che tende disperatamente
verso l’alto, lasciando trasparire una tenue luce né notturna né diurna,
semplicemente non appartenente a questo mondo. L’immagine che crea il
susseguirsi delle melodie è un lento vortice di nubi tra la terra e il
cielo, immerso in un’inconsistente e serena atmosfera dove tutto è denso
di risposte a ciò che intuivamo senza comprendere.
I brani si susseguono come una lenta processione senza
inizio né fine, appunto un circolo di eteree immagini senza spazio e
senza tempo. Immaginavo che un’opera del genere potesse essere composta
esclusivamente da un unico autore, perché tutto è così intimo e
inafferrabile da rivelare un’unica fonte di scrittura, ed in effetti
così è. L’utilizzo della strumentazione classica è essenziale senza
risultare scarno; ogni suono esprime il suo potenziale pur nella estrema
semplicità della tecnica. Di quando in quando, inoltre, le melodie sono
scandite da una cupa ritmica di cassa dal suono reso particolarmente
plumbeo tramite un abbondante uso di riverbero. Questi elementi sono
coronati da una profonda voce che a mio parere è ciò che crea
maggiormente i chiaroscuri durante tutta la durata dell’album. Proprio
la voce infatti è ciò che fa emergere la dimensione più umana delle
melodie; sia che reciti sia che canti con ingenua espressività, la voce
è l’elemento ispiratore delle emozioni sentimentali più terrene, e per
questo più oscillanti rispetto al resto. Un bellissimo timbro al
servizio di un raffinato e poetico stile.
Solitudine e contemplazione, vicinanza al creato e sguardo
su di esso, immensa forza espressa tramite eterea emozionalità, questi
sono i principali tasselli di un mosaico che come uno scrigno racchiude
le preziose sensazioni mai fini a loro stesse, ma che ci fanno
costantemente rivolgere lo sguardo verso luoghi sconosciuti e agognati,
in una parola, eterni.
Francesca Pezza |