|
Continua l’avventura
degli sperimentalissimi mewithoutYou con un secondo album
intitolato "Catch For Us, The Foxes" (titolo preso dal libro del
Cantico dei Cantici, verso 2:15: "Pigliateci le volpi, le volpicine che
guastano le vigne, poiché le nostre vigne sono in fiore!"). Se già nel
debutto i nostri ci avevano stupefatto con la loro fusione di hardcore,
ambient, fusion e chi più ne ha più ne metta, questo secondo lavoro
mostra un’enorme maturazione nel sound dei nostri, come anche nella
qualità di produzione (infatti alla stessa troviamo Brad Wood, che si è
occupato di vari gruppi famosi tra i quali gli Smashing Pumpkins).
L’album apre in modo
poco convincente con Torches together, che parte leggera,
con le tipiche vocals parlate di Aaron Weiss. Però il pezzo si aggiusta
quasi subito, e l’ascoltatore non può fare a meno di ammirarne la musica
colma di groove e di ritmi ossessivi. Anche i testi sono maturati: se
nel debutto erano poetici e dal significato nascosto, qui invece sono
diretti nel senso, senza però perdere di poeticità. Senza pause si
prosegue alla prossima song, che è anche una delle mie preferite del
disco: January 1979. Un pezzo bellissimo, ricco di
emozioni, con arrangiamenti di chitarre molto interessanti, specialmente
nel finale, in cui sfumano lasciando la mente vagare nell’infinito.
Molta groove la troviamo fin dall’apertura della seguente Tie me
up! untie me!, che racconta la storia di un uomo sull’orlo del
suicidio che cerca Dio nei posti sbagliati, per poi alla fine trovarlo
in luoghi inimmaginabili; bellissimo il finale, in cui il gruppo crea
molta ambience, per poi introdurre Leaf, che parte
seguendo il finale della traccia precedente. Leggermente più arrabbiate
sono le vocals, mentre la musica rimane leggera, a tratti psichedelica
ed ambient, ed a momenti quasi shoegazer. Parecchio shoegazer lo
troviamo invece in Disaster tourism, che parte con vocals
monotone e musica ripetitiva e psichedelica, per poi evolversi a metà
pezzo in una song tipica del gruppo; brano abbastanza particolare, che
segna la maturazione del gruppo. Bellissima è anche Seven sisters,
con un ottimo lavoro da parte del bassista. La successiva traccia è
The soviet, maggiormente sperimentale, con arpeggi
psichedelici ed intrecciati da parte delle chitarre, e un bellissimo
breakdown groovy a metà pezzo. Finale coi fiocchi, in cui la musica
arriva ad un pathos eccezionale, e le vocals diventano quasi degli
scream. Dopo questo episodio aggressivo, ci si rilassa con Paper
hanger, indie che a tratti diventa quasi punk, senza però
perdere lo stile del gruppo. In My exit, unfair, troviamo
anche elementi fusion e funky. Aggressiva invece è Four word
letter (Pt.2), che è il reprise di Four word letter,
brano apparso nel loro primo Ep "I Never Said That I Was Brave".
Quest’ultimo apre in modo tipico per il gruppo, per poi evolversi
inserendo stupende sonorità asiatiche, anche grazie ad una voce
femminile che aumenta la credibilità dello stile. Nella successiva
Carousels, la musica appare più rilassata, mentre le vocals
sono completamente parlate e tristi. Chiude la malinconica Son of
a widow che paragona la morte dell’uomo e la nuova vita in
Cristo ad un grappolo d’uva, che se spremuto (ucciso) dà origine a vino.
In questo pezzo il vocalist Aaron Weiss sostituisce il suo modo di
cantare parlando con melodie. Gran bel finale!
Se ancora non lo
avete capito, quest’album è un capolavoro! Se vi va di ascoltare
qualcosa di rilassante e colmo di emozioni che sia allo stesso tempo
bello forte e che non sia emo, allora prendete un buon libro, una tazza
di caffè, mettete quest’album nello stereo, e preparatevi ad una
bellissima esperienza audio-visiva. Altamente raccomandato!
Christopher Warman |